Racconti Brevi – LA DONNA DALLO SMALTO BLU


LA DONNA DALLO SMALTO BLU

di Antonio Capra

Io ero li sul treno, a farmi gli affari miei, mentre fuori il mondo scorreva veloce. Uno di quei soliti tragitti durante i quali fingi di pianificarti la vita, con il cervello che resta staccato e l’uccello che fantastica sulle donne che incrociano il tuo sguardo. Uno di quei viaggi fatti di caldo, suonerie dal volume troppo alto, badge da timbrare e lamentele da ufficio. Tutto quello insomma che fa alzare costantemente lo sguardo al cielo e recitare silenziosi monologhi su come certa gente riesca sempre ad indossare i migliori luoghi comuni.

Lei aveva quel tipico profumo delle donne a cui offri da bere nei bar di periferia, un aroma fruttato, leggermente pungente, come un alito d’amore a basso costo, ma che dura solo un’ora. Indossava un paio di sandali in stoffa blu, che si accostavano cromaticamente alla perfezione con lo smalto spalmato su ogni unghia di piedi e mani. L’uniformità della pennellata era magistrale, la vernice era distribuita perfettamente in ogni punto. Deve aver speso forse più di un’ora per completare un’opera simile, pensai. All’altezza della caviglia, un laccio stretto al punto giusto cingeva con gelosia il collo del piede, su cui presenziava un piccolo neo. Poche volte un neo dona charme ad una parte del corpo. Questo espletava il suo dovere alla perfezione, oltre a travolgermi d’eccitazione. Aveva delle gambe liscissime e sottili. Non come certe vecchiacce dalla caviglia gonfia e calze tirate su a mezza altezza, che trasformano quello che un tempo era una gamba, in ciò che ora è un affronto ai pionieri del soft-porn. La donna che avevo di fronte le calze, invece, non le indossava. E questo non faceva altro che donare maggiore sensualità e naturalezza allo spettacolo che stavo contemplando. Erano abbronzate, di un color rame che mi ricordavano il calore delle distillerie di whisky irlandese, del legno dei bar dai lunghi banconi umidi, dello scintillio della birra chiara messa controluce. Mi sarei ubriacato volentieri di quelle gambe, se solo ne avessi avuto l’occasione. Sguazzavo con le sue cosce nel mio mare viscido e malato, mentre lei invece leggeva pacata un libro fantasy, una di quelle stronzate con draghi ed elfi e maghi che piace tanto a chi si rifugia in storie inventate, piuttosto che rivitalizzare la realtà. Lo teneva disteso su una borsa in stoffa dall’aria costosa ed altrettanto inutile, poggiando il tutto sulle gambe accavallate. Non so perché, ma desiderai di prenderla da dietro senza interrompere la sua lettura. Questa fa di me un depravato, ma estremamente educato.

“Ieri sera ho mangiato cous cous. Mi é rimasto sullo stomaco e lo sto ancora digerendo…mmm, si, hai ragione, oggi mangio leggero…no, ho preso un Alka-Seltzer, ma mi sale ancora tutto!”

Il bifolco al suo fianco era un obeso sulla quarantina, con barba incolta e sudato da far schifo. Era evidentemente di troppo e parlando al cellulare, la cui superficie oramai era diventata patria dell’unto, trasbordava pietosamente con pancia e braccia sul bracciolo, invadendo lo spazio della donna che stavo ammirando. Il suo sudore fortunatamente non era fastidioso, non come certa gente che ti trovi di fianco al mattino e già puzzano di omelette agli asparagi e merda simile, ma con la sua stazza però, quell’ammasso di lardo contribuiva ad alzare la temperatura nello scomparto in maniera pericolosamente irreversibile. Eravamo nel mezzo di un luglio torrido ed umido, il cui caldo iniziava a picchiare sin dalle prime ore del mattino, trasformando noi pendolari in viscide lumache, che lente si trascinavano da casa all’ufficio in cerca di refrigerio. L’unica cosa, quindi, di cui non avevamo bisogno in quel momento era un dannato ciccione che sudava a sproposito e ci rendeva partecipe della sua digestione irregolare.

Al mio fianco, un ragazzo arabo, il cui corpo era tappezzato di piccole gocce di vernice bianca seccata. Uno di quei poveracci, sfruttati da altrettanti poveracci arricchiti a scapito di chi è nato per non avere diritti, che era vistosamente rapito dall’intercapedine creatasi tra le gambe accavallate e la stoffa della gonna della donna. Un valico tra paradiso e inferno, uno squarcio peccaminoso nella falsa moralità di ciascuno di noi, la linea di confine tra ragione e violenza. Ammetto che quella linea era un pugno nello stomaco anche per me, ma di quelli che stranamente piacciono, perché ti fanno sputare l’anima e permettono di conoscerti un po’ di più. Sono convinto che molti sul vagone, ci avrebbero volentieri passato il proprio badge lì in mezzo, dando così sfogo a quella dose di sano fetish che al mattino, prima di andare ad annientarsi in un ufficio, ti fa sentire ancora vivo. Tra il ciccione che spingeva ed il ragazzo che la fissava, la donna dallo smalto blu iniziava ad essere visibilmente in imbarazzo. Avrebbe voluto guadagnare maggiore spazio per sé sul sedile e volentieri aperto le gambe per lasciar passare un po’ d’aria lì, dove tutto era invece ermeticamente chiuso a chi ci si sarebbe volentieri infilato. Era arrivato per me il momento di fare l’eroe. Mi sporsi leggermente verso di lei, accennando un sorriso tra i più puri che potessi permettermi. D’impulso, lei si racchiuse ancora più su sé stessa, quasi come se aspettasse un’inevitabile aggressione. La tranquillizzai alzando una mano in segno di scusa e pace, mantenendo il sorriso stampato sulla faccia, che tuttavia non sembrava stesse funzionando a dovere.

“Non vorrei essere sgarbato, ma mi chiedevo se, quando questo inferno sarà finito, ti andrebbe di fare colazione insieme”

Sorrise.

“No grazie, devo andare a lavoro”

Sorrisi, avvicinandomi ancora di più. Questa volta lei non accennò nessun movimento.

“C’è una cosa che mi sono sempre chiesto, durante i miei brevi viaggi tra le due stazioni…”

“E qual è?” mi interrogò interessata.

“Se mai avrei incontrato una donna capace di farmi passare la voglia di leggere i miei libri”

Sorrise di nuovo. Incrociò le gambe, questa volta avvicinandosi lei a me.

“Questa donna sono io?”

“No”

Sorrisi. Lei non più, visibilmente delusa.

“Ah…” ritornò nella posizione di difesa, abbandonata pochi istanti prima.

“Ti prego, non restarci male”

“Affatto, mi chiedo però come mai mi hai invitato a colazione, se poi non sono la donna che cerchi”

“Ti ho invitata per salvarti da questi bifolchi, che da mezz’ora non fanno altro che spogliarti con gli occhi e forse ci rimedi anche qualche manata mentre scenderai alla prossima fermata”

“E’ tutto sotto controllo, grazie!”

“Sei sicura?!”

“Non preoccuparti grazie!” e riprese il libro, fingendo di iniziare a leggerlo.

Tra sinapsi in preda a tempeste ormonali e corpi accaldati che trasudavano lussuria, era rimasta una certa chimica nell’aria. Rincorrevamo i nostri sguardi, per poi nasconderci, dopo averli conquistati, dietro sorrisi timidi. Non scambiammo più una singola parola, anche perchè eravamo arrivati in stazione ed il treno era già in manovra di frenata. Io, come sempre, mi alzai subito per guadagnare l’uscita. Non ho mai amato aspettare in coda gli altri scendere dal treno. C’è sempre chi non capisce come aprire le porte, c’è sempre qualcuno che si incastra con le proprie valigie, c’è sempre chi goffamente arresta il flusso di persone, che tentano smaniose di raggiungere il proprio grigiore lavorativo. Lei si alzò meccanicamente dopo di me. A volte ti accorgi come si crei un vero effetto domino tra le persone che condividono gli stessi gesti quotidiani. Basta che uno lasci il proprio posto, non importa se il treno sia ancora in corsa, che tutti seguono a ruota, creando un’inutile fila che fa perdere anche più tempo. Come durante gli imbarchi ai gate degli aeroporti. Basta una persona, di quelle convinte di esser più furbe nel tagliare la fila, per creare una piramide umana che resterà anche più di mezz’ora in piedi a fissare una porta scorrevole a vetri che comunque non si aprirà.

Camminando lungo la banchina, ci osservavamo a vicenda. Così come avevamo fatto fino a pochi minuti prima seduti ai nostri posti. Quasi al termine del percorso forzato, dai confini imposti da vagoni e rotaie e lavori in corso, lei si arrestò all’improvviso. Io, intanto, avevo rallentato il passo, deliberatamente, lasciando anche che qualche automa distratto e dai riflessi stanchi mi franasse addosso. Perché sapevo. La vidi girarsi, cercare qualcuno, cercare me, il mio sorriso, che si era già fatto avanti da un pezzo. Anche lei sorrise, nel suo abito blu, come le scarpe e lo smalto. Decisi di giocare con lei, fermandomi e nascondendomi dietro il fiume in piena di persone che non avrebbero vissuto nessuna avventura quel giorno. Diversamente da noi. Mi venne incontro senza smettere di sorridermi e tenendo in mano ancora il suo libro fantasy, oramai diventato inutile. Un giorno mi avrebbe raccontato di aver deciso di accettare il mio invito guardando, lungo la stessa banchina, due persone litigare tenendosi per mano. Un controsenso, in apparenza, che le aveva fatto scattare qualcosa dentro. Mi avrebbe raccontato della crisi con suo marito, del quotidiano che diventava troppo pesante per lei, che invece aveva sempre desiderato tutto l’opposto. Io le avrei risposto che la vita non era come i suoi stupidi libri fantasy e che non mi sarei mai innamorato di lei. Ci frequentammo per un paio di mesi, stringendo come unico patto, quello di non scambiarci né il numero di cellulare né i nostri nomi. Decidemmo che tutto sarebbe stato lasciato al caso, unico regista del nostro futuro, l’unico che avrebbe scelto se un giorno avesse vestito i panni della realtà o dell’avventura.

Ricordo perfettamente ogni singolo angolo del suo corpo, ogni cicatrice, ogni sfumatura della sua pelle colpita dai diversi soli che illuminano le ore di un giorno. Il suo profumo, quello naturale e non chimico dal retrogusto di puttana, mi inebria ancora oggi, al semplice chiudere gli occhi e ricordare.

Non mi è mai servito conoscere il suo nome.

Ma se voi volete, chiamatela pure La Donna dallo Smalto Blu.

Fine.


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