Racconti Brevi – LA CUCINA


LA CUCINA 
di Antonio Capra
 

Mia madre era in cucina. La sentivo piangere in silenzio, mentre si fingeva indaffarata tra i fornelli. Sforzandosi di trattenere le lacrime, cercava di domare il fuoco che dal cuore divampava bruciandole corpo e anima.

La telefonata era arrivata un paio d’ore prima, non oltre.

Avevo risposto io. Come sempre. Perché a casa c’era questo tacito accordo con i miei genitori, su chi avrebbe dovuto rispondere al telefono. Non ricordo né il perché, nè da quando questa storia fosse iniziata. Probabilmente da bambino. Perché, come ogni bambino, avevo fretta di parlare al mondo. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi che non ci sarebbe stato nulla di piacevole nel conoscerlo e che, una volta stretta la sua mano, avrei passato il resto della vita nel cercare invano di togliermi il fango da falangi e palmo. I genitori dovrebbero servire a questo, a proteggerti dallo sporco di cui ti macchia l’esistenza. Ma è evidente che gli adulti ne hanno addosso talmente tanto, che nemmeno lo riconoscono più. Anche quando un bambino, come lo ero io, smette di splendere.

Dall’altra parte della cornetta, mio padre sembrava sereno. La sua voce risultava asciutta da qualsiasi rumore di sottofondo. Mi aveva salutato dicendo di chiamare dalla hall dell’aeroporto, ma una voce senza riverbero te la regala solo una camera d’albergo tappezzata in moquette.

Avrei potuto passare la cornetta a mia madre, lasciare che i due si mentissero a vicenda, ma decisi invece di sfidarlo a chi fosse più bravo a piazzare un bluff.

Mi parlò della pioggia ininterrotta da giorni, dei problemi di lavoro che “è inutile spiegarti, è troppo complicato”. L’unica cosa da capire era che l’aereo da Parigi sarebbe atterrato in perfetto orario, ma senza lui dentro. Che, di nuovo, avrebbe deciso di non partire, di rinunciare, di deludere, di ferire.

Erano oramai settimane che mio padre non tornava a casa, ogni volta lanciando sul piatto un all-in fatto di scuse patetiche dalle motivazioni scontate. Una partita in cui mai nessuno avrebbe avuto mano migliore della sua, perché lui giocava solo con le sue regole.

“Ricordati, dai tutto te stesso a chiunque. Ma resta indipendente. Ama, vivi, ma assicurati di non tradire mai te stesso” questo è quello che mi ripeteva sempre.

Tutti a casa sapevano, ma l’argomento era stato implicitamente etichettato come tabù. Mio padre aveva un’altra donna da mesi oramai e più passava il tempo e più diventava spudorato.

Nonostante vedessi gli effetti su mia madre, paradossalmente ammiravo la sua arroganza, la sicurezza di sé, ostentata senza esitazione. Ai tempi ero troppo piccolo per capirci qualcosa di doveri familiari, promesse e amore. Consideravo mio padre un eroe cazzuto, capace di prendersi quello che voleva senza dar conto a nessuno, desiderando di crescere duro come lui.

Da piccoli, abbiamo tutti dei miti basati su stupide idee.

Non era sempre stato così. C’era stato un tempo in cui tutti eravamo allegri. Roba da parco la domenica mattina, con un pallone oppure un frisbee e mia madre che si occupava di preparare i panini per il pranzo. Passavamo intere giornate sul prato, con lei che, una volta ripulito tutto, iniziava a leggere i suoi libri di poesia. Amava la poesia e trattava i suoi libri con una delicatezza quasi maniacale.

“Le poesie sono emozioni regalate all’eternità” diceva sempre.

Immagino che l’idea stessa di poter provare qualcosa per sempre, senza esser consumato dal tempo e dalla vita stessa, fosse ciò che più amasse.

Mio padre invece era un inesauribile compagno di giochi. Tornavamo a casa sempre sfiniti, perché dal primo all’ultimo minuto era un continuo correre, saltare, calciare, lanciare. Me lo ricordo sorridente. Ma non saprei dire se fosse per lo stare con me oppure per il semplice giocare di nuovo da adulto.  Un giorno poi, il lavoro è d’improvviso diventato il protagonista indiscusso del suo tempo. E noi automaticamente semplici comparse.

Prima che cambiasse rotta, era sempre stato una figura presente nel nucleo familiare. Ma, contemporaneamente,  anche uno di quelli che camminano per strada squadrando ogni singola fica che gli passasse accanto. Anche se con me di fianco, che puntualmente lo rimproveravo ricordandogli di essere un uomo sposato, ma lui se ne fregava, rispondendomi sempre con un inutile sorriso sbruffone. La cosa mi infastidiva non tanto per l’atteggiamento, ma perché non riuscivo ad accettare il fatto che non dedicasse la medesima attenzione a mia madre, che invece le era completamente devota.

Ora che sono adulto, ammetto di farlo anch’io. Nonostante tutto, dopo tutti questi anni, un po’ lo giustifico. Perché comprendo la difficoltà per un uomo a camminare per strada ai primi accenni di caldo primaverile. Quando inizia la passerella di gonne e cosce e tette e colli sudati e a te sembra di  essere in una fottuta giungla di piante carnivore, che tutte colorate sbocciano all’improvviso per attirarti e poi fotterti in un boccone.

Il problema è che, nella realtà, le donne che incontro sono, si, tutte colorate. Ma chi vuole fottere qualcuno in un sol boccone non sono certo loro.

Sembra quasi di essere in battaglia, perché il risultato è un automatico dover stare sempre in allerta. Di non farti beccare né da chi spii, né dalla tua donna. Ammesso che tu ce l’abbia, ovvio. Forse è per questo che ho sempre detto di non volermi sposare. Per non rendermi conto, un giorno, di essere diventato un bugiardo coronico. Per non tradire nessuno. In fondo, per non ricordare casa mia.

“Tua madre è li?” mi chiese.

Attesi qualche secondo. Era stata una giornata piacevole. Tornando da scuola, eravamo andati insieme a fare la spesa e ci eravamo divertiti ad inventare ricette surreali con qualsiasi cosa catturasse la nostra attenzione.

Le spugnette da cucina in brodo di ricariche della lavatrice era stata la mia entrata d’effetto.

“Si sta facendo una doccia” risposi, mentre mia madre chiedeva bisbigliando chi fosse al telefono.

“Dille che ho chiamato, per favore” chiese lui.

“Perché non la richiami questa sera?” contrattaccai io.

“Non so a che ora finirò di lavorare, sai dovevam…” vacillando, lui.

“Non serve. E’ tutto ok” interrompendo, io.

“Cosa non serve?” sbottando, lui.

“Mentire anche a me. Le dirò che hai chiamato” conclusi io.

“E questo cosa significa, scusa?” infastidito lui.

“Buona serata, papà” interruppi io.

Riattaccando il telefono, notai che la mano mi tremava come mai prima.

“Era papà. Ha avuto un problema al lavoro. Resta via ancora un paio di giorni. Ti manda un bacio” le recitai.

Lei mi accarezzò sorridendo. I suoi occhi mi ringraziarono, perché spazio per le parole, in quel momento, non era concesso. Andò a rifugiarsi in cucina, suo territorio, suo rifugio in situazioni del genere.

Mia madre aveva, come sempre, accettato in silenzio tutto. Si era da anni abituata a non alzare la voce, a non avanzare pretese,  a non chiedere i perché.

Era da sempre stata una donna devota alla speranza, che le persone potessero rendersi conto dei propri errori. Ed addirittura cambiare. Nell’interminabile attesa che tutto ciò si avverasse, riempiva le proprie giornate con pentole piene di silenzi, sostituiti solo dal tintinnio di posate e bicchieri, quando c’era da preparare da mangiare per tutti noi. Altre volte, ingannava il tempo vuoto fumando in cucina, aspettando forse che il mondo la rapisse attraverso la sua finestra preferita. Quella da dove si immergeva in chissà quali avventure immaginarie.

Nell’aria il fumo si diluiva in una soluzione di lacrime e desideri. Di vedersi di nuovo desiderata, di nuovo amata da un uomo che invece l’aveva trascinata in una vita di attese interminabili, cene veloci e monopoli televisivi, weekend su prati poi mai calpestati, sesso veloce e bugiardo.

Io me ne accorgevo sempre quando era in viaggio. Perché ci metteva sempre qualche secondo in più a risponderti, quando entrando in cucina le chiedevi qualcosa. Ed ogni volta, mi sentivo in colpa. Non è mai bello far tornare tua madre dal suo mondo perfetto, per farla ricadere nella melma della realtà. Magari per un misero panino al salame.

In silenzio guadagnò la porta del bagno.

“Mi faccio una doccia” mi disse.

Ma per una buona mezz’ora quello che sentii furono i suoi singhiozzi camuffati nel getto d’acqua che scrosciava forte, ma non abbastanza.

Andai a chiudermi in camera. I poster di Kurt Kobain mi regalavano sempre un po’ di conforto, promettendomi una speranza, una possibilità di un destino diverso anche per me, se avessi fatto vibrare a dovere corde e cuore. La musica era stata da sempre il mio personalissimo modo per alienarmi da tutto, immergendomi in un magma di sensazioni caldo e protettivo. Come nient’altro lo era invece fuori. Col tempo ho affinato la mia tecnica. Sia musicale, che di fuggitivo dalla brutale realtà. Non sono diventato un musicista di fama mondiale, ma le mie soddisfazioni me le sono prese. Ogni tanto, ancora oggi, faccio qualche serata in qualche pub per la città. Rispolvero vecchi evergreen e qualche mio pezzo originale. Figli del mio tormento adolescenziale, rimasto però invariato anche ora che di adolescenziale non ho proprio più niente. C’è una canzone che suono sempre. Quella scritta di getto proprio quel pomeriggio dopo quella telefonata. E’ il mio modo di rendere omaggio senza ostentazione, di ricordare senza lacrime.

Perché, quella, fu l’ultima volta che parlai con mia madre.

Fine.

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