Racconti Brevi – CÈLINE


CÈLINE
di Antonio Capra
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La bellezza è una cosa oggettiva. Questa è una regola che tutti devono sapere. Nessun uomo, degno di tale nome, può permettersi di ignorare questa cinica verità. Perchè comporta delle responsabilità. E farsi accompagnare dalla donna più bella mai nata sul pianeta è la maggiore di tutte.

Questo era Cèline. Un autentico dono della natura.

Io di certo lo sapevo e questo non faceva altro che accrescere, in uno strano gioco di contrasti, le mie ansie da prestazione ed il mio sentirmi finalmente realizzato. Se sei stato così sfacciatamente fortunato da essere scelto da una donna del genere, di certo non significa che ti andrà bene per tutta la vita. Soprattutto se, come il sottoscritto, hai delle lacune fisiche così evidenti da portarti ad approcciare alla vita con una perenne propensione al chiedere scusa per tutto. Fortuna compresa.

Cèline non era mia moglie. Non lo è mai stata. I matrimoni sono fatti per chi ha troppa paura di perdere, per chi vuole dimenticare il gusto di guadagnarsi un sorriso, chi è abituato ad assicurare i propri desideri con un bel contratto firmato. Io invece delle garanzie non mi sono mai fidato. Mi definisco un fatalista. E poi siamo onesti, lei, con uno come me, non si sarebbe mai lasciata incastrare.

Definirla bellissima sarebbe stata una patetica ovvietà, un passo troppo falso anche per il latin lover più inesperto. Ed io, ciò che sono diventato, di certo non l’ho costruito cavalcando destrieri ammaestrati lungo strade già battute. Io sono un lottatore, uno che ha messo al tappeto il proprio destino e guardandolo negli occhi gli ha detto: “A chi diavolo vuoi fregare?! Tu resta qui, che io ho altri progetti

Forse è stato questo a convincerla che non ero il solito adulatore dalle tasche piene di soldi e promesse frivole, che le ronzavano intorno incessantemente. Capì subito che io non avrei mai nemmeno cercato di scheggiare il suo universo con regali costosi e volgari, suite e viaggi pomposi, sesso maldestro e volgare. Intese, invece, che io non avrei potuto offrirle nient’altro che me stesso. La mia verità assoluta, offerta incoscientemente senza nemmeno pacco regalo. Pura e brutale onestà. Brutale, come me.

Incluso nel pacchetto, tuttavia, un piccolissimo dettaglio. Quello che tutti gli altri, offuscati dall’arrogante certezza di averla in pugno sfoggiando inutili imperi economici, avevano sbadatamente omesso: la promessa di conquistarla ogni giorno. Con una donna del genere, il peggior delitto è porla al livello di tutte le altre. Trattarla come se non fosse una magnifica eccezione. Etichettarla come un ennesimo tassello di una piatta quotidianità.

Cèline. Capelli chiarissimi, dai quali in qualsiasi stagione rifletteva un sole estivo, tenuti corti ad enfatizzare un profilo morbido ed etereo. Sinuosa e leggera nei movimenti, ma altrettanto forte e fiera come una sinfonia di onde di un oceano in tempesta, capace di farti scivolare incolume verso calmi orizzonti o spazzarti via in un solo gesto. Oceano, che una volta calmo, ritrovavo nei suoi occhi chiari e limpidi, specchi lucidi di un’anima inquieta. Anche questo amavo di lei. Il suo sentirsi sempre fuori posto, ma non lasciarlo mai a vedere, grazie ad una corazza indistruttibile fatta di silenzi enigmatici e sguardi malinconici. Il suo essere straordinaria andava ovviamente ben oltre il suo aspetto fisico. La sua intelligenza e profondità di pensiero, spesso mi portavano al chiederle quante esistenze avesse vissuto prima di incontrarmi. E lei mi rispondeva, lasciandomi senza fiato, sempre con queste parole:

Non chiedermi chi sono stata. Accompagnami verso ciò che potrò essere.

Poi, con una pausa che per me durava millenni, aggiungeva sorridendo prendendomi la mano:

Con te

Ed io, immobile, senza fiato ma pieno di vita, sistematicamente pensavo a quanto la fortuna possa essere a volte più che sfacciata.

Ciò che più amavo dello stare con lei erano i risvegli. I primi raggi di pallidi soli mattutini si facevano breccia attraverso le fessure della persiana semichiusa della finestra e ci illuminavano in silenzio, facendo chiarezza sui nostri sogni illogici e pieni di desideri. La sveglia era sempre settata su una radio locale, che trasmetteva musica jazz. Lei amava il jazz ed io amavo il modo in cui si riempiva di questo amore. Sdraiato sul letto, le note soffuse accompagnavano il mio sguardo sulle sue linee candide, per poi abbandonarmi in una dolce solitudine nel guardarla dormire. Restavo sempre stupito da come sembrava che la musica l’accarezzasse, un po’ come avrei voluto fare io, cullandola piano in un dolce abbraccio protettivo contro il mondo esterno. Ero da tempo abituato a svegliarmi naturalmente qualche minuto prima che si attivasse la sveglia. Come se il mio stesso corpo fosse consapevole del miracolo a cui ero tenuto ad assistere. Avvolta nelle coperte, era spesso delicatamente contrastata dai due cuscini, che le sollevavano il volto in una posizione apparentemente innaturale. Il più grande le premeva leggermente la guancia sinistra, cosi da farle abbozzare un’involontaria smorfia, che sistematicamente mi portava a sorridere. Una spalla nuda e perlacea spuntava dal piumone, tuffandosi poi nel mare dei suoi capelli arruffati. Mi esplodeva il cuore ogni volta, sintomo benigno dell’essere felice che fosse lì con me. Si sarebbe svegliata dopo un po’, accennando forse anche lei un sorriso nel vedermi. L’avrei baciata sul collo e sulla guancia. Si sarebbe arrampicata su di me, caldissima, in modo così dolce e sensuale, da farmi rimpiangere di non averla svegliata prima.

Buongiorno

Mmmm…ciao…

L’istinto mi suggeriva sistematicamente di stringerla fortissimo. E’ strano come a volte, la passione si trasformi in leggera violenza. Non basta baciare, sfiorare, sentirsi vicino. Ci sono situazioni in cui non ci si sazia del semplice avere un contatto, ma viene voglia di sfogare quell’amore in qualcosa di esplosivo, qualcosa che ci lasci un po’ più che soddisfatti. Sentire sulla pelle quella passione che non ti fa ragionare, che annienta tutto ciò che ruota intorno, quando ci si strofina delicatamente contro avvolgendosi tra le coperte. Fare l’amore era un viaggio di sola andata verso orizzonti sensoriali inesplorati, il cavalcare tornado di emozioni indissolubili ed inarrestabili. Era così. Tutte le volte che univamo i nostri corpi ai nostri spiriti. Eravamo unici. Invincibili.

Mi ricordo di una domenica mattina. Svegli da poco e senza nessuna voglia di alzarci. Eravamo entrambi di una pigrizia da guinnes dei primati. A volte si passava più tempo a decidere chi dei due dovesse alzarsi per preparare il caffè, che per fare l’intera colazione. Amavo quei momenti. Erano una sorta di giocosi litigi, una gara a chi la sparasse più grossa per avere la meglio. Alla fine a perdere il più delle volte ero io, forse più in modo volontario che altro. Lo consideravo un regalo che facevo a me stesso. Perché ritornare a letto e baciarla sussurrandole che la colazione era pronta, per me, era linfa mattutina. Lei riusciva addirittura a riaddormentarsi profondamente mentre io preparavo la moka, riscaldavo il latte ed imbandivo la tavola di tutto ciò che potesse servire per regalarle, con quel poco che avevo in cucina, una colazione da regina. Ed impazzivo quando brontolava di aver ancora sonno, nel modo più sexy ch’io avessi mai visto fin prima di conoscerla. Tutto questo mi regalava buon umore, anche se fuori c’era la solita ruvida e grigia città.

A volte si decideva di restare tutto il giorno a letto. Giornate piene di noi stessi, unici padroni del tempo e dello spazio. Registi delle nostre sensazioni. Stilisti delle nostre stesse anime. Altre invece, ci inventavamo commissioni urgenti, itinerari di shopping senza nemmeno un centesimo da spendere, pranzi da dover preparare. Il tutto solo per avere un motivo per alzarsi, ammonendoci contemporaneamente sullo spreco di tempo intrinseco al poltrire tutto il giorno. Indipendentemente dal tipo di giornata che avremmo deciso di passare, ogni volta, con Cèline era una nuova avventura.

Anche quella mattina persi la mia tenera guerra per la colazione, ma con un sorriso beffardo mi alzai comunque dal letto, già pregustando il regalo che avrei trovato al ritorno. Uscendo dalla camera la sentii brontolare, pronta a riaddormentarsi. In cucina, le stoviglie ancora da lavare dalla sera prima erano lì ad aspettarmi. A volte capitava di non pulire tutto subito, soprattutto se si decideva di abbandonarci al flusso delle nostre esigenze. Avevamo, infatti, cenato in casa, per poi decidere di vedere un film. Una commedia romantica, debitamente spalmati l’uno contro l’altro sul divano, evidentemente ancora affamati di calore immediato. Piatti e moka avrebbero quindi aspettato. Il fuoco basso, che usciva scoppiettante dal fornello, graffiava il silenzio al contatto con le gocce di acqua che trasbordavano dalla moka un po’ difettosa, un po’ chiusa male, mentre io imbandivo la tavola con tovagliette, tazze colorate e tutto il necessario.

Pensai che lei avrebbe gradito un po’ di pane tostato con la marmellata, così accesi il tostapane che, dopo trenta secondi, già iniziò ad emanare quel tipico odore di aria bruciata. Probabilmente qualche vecchio residuo di toast non ancora carbonizzato del tutto. Il caffè uscì in modo fragoroso. Quella moka rappresentava ancora un mistero, perché nonostante la usassi da più di un anno ed indipendentemente dal vigore con cui la si potesse stringere, il caffè riusciva comunque a superare il valico dalla guarnizione, per poi scorrere ai lati ed inondare la cucina. Però aveva sempre un ottimo sapore. Forse per questo non mi ero ancora sbarazzato di quel vecchio aggeggio difettoso. Oppure perché, probabilmente, mi ricordava casa. Versai il caffè nelle due tazze, rischiando per entrambe quasi di oltrepassare l’orlo aggiungendo del latte freddo. Tutto era pronto. Non mi restava che tornare in camera e rituffarmi in quel mare di labbra e braccia e capelli. Mi lavai velocemente le mani, sporche di residui di marmellata, lanciandomi quindi verso la camera compiaciuto.

In quei pochi secondi pensai al modo migliore per svegliarla. Se farlo rapidamente, saltandole addosso e baciandola in fretta. Oppure avvicinarmi lentamente, sussurrandole all’orecchio quanto fosse bella, per poi aspettare di immergermi nella sua morbidezza. Nel varcare la soglia mi concessi ancora un secondo per decidere, anche se sapevo di aver già scelto la seconda opzione. Ma le opzioni erano svanite. Così come i vestiti sparsi per terra. Erano svanite le sue scarpe da ginnastica, le lenzuola ed il piumone avvolto sul suo corpo. Era svanito il suo profumo ed il suo respiro. Era rimasto il mio letto, una coperta dimessa, in parte finita per terra. Un solo cuscino. Sul comodino un romanzo con i miei occhiali usati come segnalibro. La bottiglia d’acqua, che le avevo visto riempire al rubinetto la sera prima, ai piedi del letto. Vuota. L’intera stanza, piena della sua assenza.

Cèline?

Girai su me stesso un paio di volte nella stanza. Cercando una logica nell’illogico. Un senso per l’inspiegabile. Mi guardavo intorno in cerca di una soluzione ad uno scherzo riuscito evidentemente piuttosto bene.

Cèline?

Non avrebbe avuto il tempo materiale per riordinare tutto, sbarazzarsi delle sue cose e nascondersi. Dove poi? In una stanza in cui l’unico nascondiglio era l’armadio a quattro ante che, tuttavia, avevo già controllato. Tutto era vuoto. E silenzioso.

Cèline!

Niente.

Poi, di colpo, tutto mi fu chiaro. Sorrisi. Mentre il cuore aveva appena deciso di prendersi una vacanza. Erano semplicemente passati trent’anni. Io ero vecchio e quando capita di diventare vecchi, capita anche di dimenticarsi qualcosa. A volte, anche le cose più importanti.

Non è facile trovare qualcuno che ti corrisponda senza voler qualcosa in cambio. Io l’avevo trovato. I perché si dimenticano, se non si fa nulla per ricordarli. I baci sul suo collo
 erano i miei giusti perché. Ed io mi ero impegnato per meritarmeli ogni giorno.

Non ho mai esitato con Cèline. Sin dal primo istante. Perché le mie iridi si espandevano al suo 
solo passaggio. Lei illuminava le mie notti, che altrimenti sarebbero state profondamente buie. Anche se dicesse lo stesso di me, io mi sono sempre sentito in difetto. Perché, l’ho già detto, Cèline era un dono della natura. Ed io, fino all’istante prima di conoscerla non avevo fatto niente per meritarlo. Ma non ho nulla da temere. Non ho nessun rimpianto. Perché so di averle dato tutto ciò che meritava. E la conferma sta nel fatto di averla avuta accanto per tutta la vita. Ci siamo amati fino allo sfinimento, io e Cèline. Senza limiti, senza risparmi, senza contare i passi che ci avrebbero portati, insieme, così lontani l’uno dall’altra.

Fa freddo questa mattina. La solita fottuta umidità delle domeniche invernali, che permea le ossa, inonda l’anima e lascia naufragare i respiri. Non c’è tanta gente in giro. In molti avranno desistito guardando dalle proprie finestre, ricattati dal caldo dei propri radiatori e dalla tipica pigrizia che ti prende al collo appena prima che finisca il weekend. Forse è un caso, ma oggi è proprio Domenica.

Io non sono mai stato pigro con Cèline. Ed anche se ci avessi provato, lei non me lo avrebbe permesso. Ed allora eccomi qui, elegante, pettinato e profumato come sempre. Le è sempre piaciuta la fragranza del mio profumo ed io, di riflesso, non l’ho più cambiata per trent’anni. Unica libertà che mi sono concesso ultimamente è stata lasciami crescere una leggera barba incolta. La mia pelle è diventata troppo ruvida e radermi ogni mattina è diventato un problema. Confesso che preferisco concedermi una trentina di minuti in più di torpore nel letto, piuttosto che dover gestire nuovi rigoli di sangue disegnati sul mio collo da un incurante rasoio usa e getta. Sono certo, tuttavia, che a lei piaccia questo cambio di look, come i nuovi fiori che le ho regalato al mio arrivo. Prima di arrivare al nostro appuntamento, ho chiesto al fioraio qualcosa di diverso. Non conosco nessuna delle varietà presenti nel bouquet, ma la composizione è molto colorata e profumata. Mi piace. Oggi ero in vena di sorprese.

Come quella volta che le organizzai una gita in mongolfiera. Fui bravissimo a nasconderle tutti i preparativi, le ricevute di pagamento, il giro di prova per accertarmi che tutto fosse gestito al meglio. Fui meno bravo nell’informarmi se lei soffrisse o meno di vertigini. Cosa che scoprii solo dopo che la mongolfiera librava nell’aria già ad una decina di metri dal suolo. Quando le slacciai il nastro dagli occhi, opportunamente legato una volta seduti in macchina prima di partire, lei emise un urlo dall’incredibile potenza. Talmente forte, che per i primi secondi, non feci caso al suo spavento, ma piuttosto al come fosse possibile che da una donna così esile potesse esplodere un urlo così potente. Lei si accovacciò immediatamente all’interno del cesto e confesso che inizialmente non fu facile convincerla a rialzarsi. Passammo la successiva ora abbracciati, con la sua testa conficcata nel mio petto. Consapevole che non l’avrei abbandonata, nonostante la sua paura, aveva lo stesso deciso di non rovinare la sorpresa e completare il volo con me. Una volta ritornati a terra, mi guardò in silenzio con occhi sorridenti e pieni di lacrime. Questa era Cèline.

Sembra quasi che l’umidità sia sparita. Questi ricordi mi hanno riscaldato il cuore, pieno dell’amore per la mia metà lontana. Non passa giorno senza che mi manchi. Non c’è giorno che io non stia con lei.

Buongiorno amore mio. Ieri hanno dato alla tv il nostro film preferito. Come il mio profumo e questi nuovi fiori, avremo goduto nel rivederlo insieme. Che bello sarebbe stato guardarti piangere sul finale. Mi nutrivo di quella tenerezza, come se fosse aria da respirare.” gli dico senza aprir bocca.

Il freddo ritorna improvvisamente ed assetato di vita. Quella che ora sgorga dai miei occhi e solca il mio viso, mentre osservo la sua foto su questa pietra. Ho sbagliato a scegliere il cappotto, perché non mi ripara affatto dal vento gelido. Che forse mi nasce dentro.

Scusa amore mio, meglio se torno a casa.

Ho la schiena a pezzi e le gambe a stento mi reggono.

Ma non dubitare.

Domani, tornerò.

Fine.


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