Confessioni di un Nottambulo


IL TASSISTA E’ IL TUO MIGLIORE AMICO (SE BEN PAGATO).

 

PARTE PRIMA

 

Una piccola parte della mia mente riesce inspiegabilmente a riprendersi quel tanto che basta per darsi un occhiata intorno e cercare di capire cosa sta succedendo.

Partiamo dai dati basilari, i fatti certi.

E’ notte, non so di quale giorno della settimana.

Sono vestito (dettaglio di non poca importanza, credetemi).

Sono in un taxi e sono ubriaco marcio.

Tutto proteso verso l’autista, mi osservo mentre sbracciandomi e con le lacrime agli occhi cerco di convincerlo che sono innamorato e che un balordo qualsiasi mi ha soffiato la ragazza, precludendo così il mio roseo futuro di amore e felicità coniugale.

Sono così convinto di quello che dico, ci metto un tale trasporto e una tale enfasi che – nonostante la nebbia alcolica imperversi sovrana nel mio cervello – mi accorgo di aver fatto breccia nel sentimento empatico del tassista.

“Amico mi dispiace, è una carognata davvero” dice.

A quel punto il diavoletto ubriaco che gestisce la mia mente in situazioni come questa mette in atto il suo piano diabolico, di cui il sottoscritto era completamente all’oscuro fino ad un attimo prima.

“Amico tu devi aiutarmi” gli faccio “tu devi portarmi sotto casa della mia donna e aiutarmi a picchiare quello stronzo che ora se la scopa”.

Che ci crediate o no, il tassista accetta senza fare una piega. Ci accordiamo per 30€ di mancia extra più il conto del tassametro che rimarrà acceso per tutta la durata dello scontro.

Arriviamo sotto casa della donna, e so che è il momento di indossare la maschera del pazzo psicopatico. Sceso dal taxi inizio a gridare con quanto fiato ho in corpo e a prendere a calci l’auto del balordo, mentre con una mano tengo premuto il citofono dell’appartamento e con l’altra telefono senza sosta alla mia ragazza.

Nel frattempo è uscita una piccola folla dal McDonald adiacente, il tassista chiama gli amici e mi riprende con il telefono.

Dopo svariati minuti  (ma possono essere ore, per come sono in grado di percepire lo scorrere del tempo nelle condizioni attuali) non ottengo nessuna risposta. Anche se so che sono in casa, perché vedo le luci accese.

Maledizione: non saprò mai se i miei soldi sono stati spesi bene. (Tra l’altro, avevo omesso di proposito di comunicare al tassista che la maggior parte del lavoro avrebbe dovuto farla lui: io non so picchiare, sono sicuro però di saper prenderle).

In preda alla frustrazione imbraccio il mio taccuino e inizio a lasciare messaggi a metà strada tra insulto e supplica su foglietti che adagio sotto il tergicristallo della macchina della mia ragazza, sorta di pazze multe d’amore e di brama di possesso, gelosia ed egoismo. L’ultima immagine che ho della sua macchina è il parabrezza completamente ricoperto dai miei fogliettini.

Mi faccio riportare a casa, cazzo mi merito un po’ di riposo. Io e il tassista ci salutiamo come vecchi amici, ma all’ultimo momento io gli chiedo se ha droga da vendermi, rovinando quindi la nostra salda e duratura amicizia.

Il mio unico alleato se ne parte sgommando mentre insulta i miei avi.

Sono nel corridoio che porta al mio appartamento, pronto per cedere finalmente all’incoscienza totale, ma il diavoletto ubriaco nel mio cervello ha in serbo un’ultima sorpresa, un ultimo folle piano da portare a termine.

Comincio a prendere a calci e pugni tutte le porte degli altri appartamenti sul corridoio, gridando, sbavando e supplicando. Mi aggrappo ai campanelli come un neonato ai capezzoli della madre.

Sprezzante della propria incolumità, l’inquilina adiacente alla mia porta (che non ho mai incontrato), commette il madornale errore di chiedere chi bussa.

Mi accanisco sul suo uscio, picchiando con tutta la forza di cui dispongo (non molta in effetti, ma abbastanza da terrorizzare la vicina) e urlando pretendo che mi si apra e mi si faccia entrare.

Non conosco i piani del diavoletto ubriaco, non so cosa stia cercando di fare, non so come reagirei se la ragazza aprisse davvero. Magari chiederei solo di chiacchierare, oppure cercherei semplicemente di strangolarla con una sua calza di nylon. Lei ora è terrorizzata, minaccia di chiamare la polizia. Ma ecco che improvvisamente – veloce come era apparso – il diavoletto ubriaco nella mia mente si dilegua, lasciandomi stanco, e ubriaco.

Barcollo quindi verso il mio appartamento, mentre la vicina singhiozza sommessa da dietro la sua barricata.

Sono quindi nudo, riverso nel letto, la bocca aperta che rantola note alcoliche, quando alla mia porta sento bussare con insistenza.

Mi butto addosso un accappatoio e apro la porta, il mio pene nudo che sporge dalla feritoia.

Sono convinto sia la mia vicina, che non avendo saputo resistere al mio fascino, ora si ripresenta reclamando il suo premio: l’orsacchiotto rosa e peloso che sporge più in basso.

Invece, chissà come mai, nell’angusto spazio del mio pianerottolo, mi ritrovo davanti a sei (dico: sei) carabinieri in uniforme.

Fortunatamente, uno tra i miei molti talenti è saper trattare con le autorità.

Impassibile nonostante la sbronza, esibendo un contegno degno di un gentiluomo inglese, mi rivolgo loro: “I signori desiderano accomodarsi? Posso offrir loro un caffè?” (caffè che, tra l’altro, non possiedo. Io bevo solo the).

I carabinieri sono vistosamente sorpresi. Dalle urla che la mia vicina sta rivolgendo ad un loro collega e dalla chiamata precedente che da lei hanno probabilmente ricevuto (“Oddio venite! Presto! Aiutatemi! Un pazzo sta cercando di sfondare la porta per stuprarmi!”) erano pronti a trovarsi davanti un balordo debosciato in stato confusionale in un porcile di casa.

Invece, quello che hanno davanti è un giovane ragazzo educato e di bell’aspetto, perfettamente padrone di sé, in una bella casa perfettamente in ordine.

Non perdo tempo e approfitto della situazione.

Facendomi leggermente indietro rispetto alla porta, come per non farmi scorgere dalla vicina, mi punto il dito indice alla tempia e ruotandolo in senso orario mi rivolgo ai carabinieri, lasciando intendere loro che la mia vicina è un po’ tocca, un po’ pazza, lo sappiamo tutti qui, ci sono abituato, non preoccupatevi, dice contemporaneamente la mia espressione. La proverbiale intelligenza dei carabinieri: da parte loro ottengo immediati cenni di comprensione e di approvazione, di scuse quasi.

Quindi se ne vanno, cercando di rassicurare la vicina con una certa aria di indulgenza, come un genitore farebbe con la propria bimba che ha paura dell’uomo nero.

Soddisfatto, e leggermente orgoglioso di me stesso per come sono riuscito a gestire la situazione (un orgoglio tipico degli ubriachi), mi sfilo l’accappatoio (che tanto mi ha aiutato ad entrare nella mia parte di gentleman d’oltremanica) e nudo mi dirigo verso il letto, pronto finalmente a lasciarmi cullare dal sonno dei giusti, e dei furbi.

Qualunque bevitore però, sa che deve sempre fare i conti con il suo peggior nemico: il karma. O dopo sbronza, come molti ignoranti si ostinano a chiamarlo.

 

Riccardo Novellone

 

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=165518


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