“Fogli di carne” di Riccardo Novellone. Le ossessioni di un triste giullare urbano


Presentare un libro di poesie non è affare facile né attuale. A meno che non si risponda al cognome di Luperini, Citati, Jacomuzzi o chi per essi, essere correttamente critici sul lavoro di altri è ingiusto. In più, al mio cervello felice figlio e schiavo della snodabile prosa, nulla suona più artificioso della poesia. E questo è ahimè il primo pregiudizio con cui ho dovuto fare i conti.

Per questo motivo ho deciso di partire da qualcosa di scevro da opinione, oggettivo ed esatto, ovvero i numeri. Quelli parlano chiaro: in “Fogli di carne” ci sono sei parole ricorrenti.

Morte, 14 volte.

Carne, 20 volte.

Luna, 23 volte.

Poi le sigarette (22, sempre accese o mozziconi) e il vino che, in calice o in bottiglia, compare 28 volte.

Infine la notte, capolista indiscussa dall’alto dei suoi 55 interventi.

E’ evidente che non si tratti delle disattente ripetizioni di uno scrittore in fasce, ma delle semplici ossessioni di un ubriaco che ama odiarsi. O viceversa.

Le 86 poesie della raccolta sono fatte di parole tinte di rosso che cercano di sublimare l’esistenza con parole crude e volgari. Anche i termini più dolci trasudano trivialità.

L’amore è caotico e reale solo se si rotola nel disordine.

La Donna è una Vagina. La donna, invece, è abbandono, capelli, gambe accavallate e seducenti impronte sulla spiaggia. Una figura evanescente che si nasconde tra fumo e lenzuola, “Non importa che sia tua madre, una puttana, la Vergine Maria o l’amore della tua vita”. Beninteso, nulla suona misogino o offensivo; piuttosto come l’unico ricordo che rimane al risveglio dal sogno di un ubriaco.

Per R. il mondo è là fuori ed è un fastidio da sbefeggiare. Qualcosa di poco conto, ma che un giorno presenterà il suo, di conto. E’ invitato per il momento a rimanere fuori. Così come il sole e qualsiasi fonte di luce che non sia la luna. In “Fogli di carne” non c’è luce e, se c’è, è una nemica degli amanti e degli ebbri. Nel buio ci si può celare, le cose possono accadere, si può pensare, riflettere, pensare ancora e continuare a procrastinare.

La notte è quell’alleata che permette a R. di giocare a stare in bilico sopra un (in fondo eccessivo) senso di miseria. In alcuni brevi schizzi di onnipotenza, l’autore si autoproclama Signore delle Tenebre. Un Signore delle Tenebre che se la ride però.    

Più ci si inoltra nella lettura, più ci si rende conto che tutto potrebbe anche essere un sogno. Non si parla di nulla di concreto e – che caso –  il verbo più frequente è “guardare”. Potrebbe trattarsi di mille storie diverse così come di un unico istante analizzato da numerose angolazioni differenti.

“Fogli di carne” è l’apoteosi del sensismo… eppure ogni volta “due stelle mancano all’appello”. A leggerlo d’un fiato si finisce come R.: sbronzi, con gli occhi arrossati e i polmoni pesanti per il troppo fumo. La cosa migliore dunque è trattare queste poesie con cautela.

Sorseggiarle come un buon bicchiere di vino rosso, forte e corposo.

E goderne, gustandosele poco alla volta.

Fogli di carne è scaricabile nella sua versione completa e gratuita cliccando QUI.

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