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	<title>Ziqqurat &#187; fortuna</title>
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	<description>La piramide del web: i migliori video, le migliori foto e le notizie più interessanti della rete!</description>
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		<title>La compilation delle persone più fortunate del mondo (che se la sono vista brutta)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2014 07:25:07 +0000</pubDate>
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		<title>Questo video ti farà sentire molto fortunato</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2014 11:23:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chi ha detto che non esiste il destino probabilmente non ha visto questo video. O forse semplicemente hanno consumato in una botta sola la fortuna concessa ad ogni essere umano alla nascita.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha detto che non esiste il destino probabilmente non ha visto questo video. O forse semplicemente hanno consumato in una botta sola la fortuna concessa ad ogni essere umano alla nascita.</p>
		
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		<title>Un parcheggio perfetto involontario</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Feb 2014 16:19:33 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi sta guidando l&#8217;utilitaria bianca in questo video o il più grande parcheggiatore sportivo mai visto o solo una persona molto, molto fortunata. Il video è chiaramente stato girato a Mosca dove c&#8217;è un equilibrio perfetto tra guidatori folli e dashcams.</p>
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		<title>Racconti Brevi &#8211; ALICE</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Sep 2013 06:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[ALICE di Antonio Capra   Alice era una bambina bellissima. La perfetta miniatura di sua madre. Una cascata di mossi capelli castano scuro, con limpidi riflessi del colore del grano, così voluminosi da formare, a seconda di come sua madre decideva di acconciarla, una naturale onda ribelle che le accarezzava il viso prima da un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="wp-image-21681 alignnone" title="Fiori 3" src="/wp-content/uploads/2013/09/Fiori-3.jpg" alt="" width="426" height="180" /></p>
<address><span style="text-decoration: underline;"><strong>ALICE</strong></span></address>
<address><strong></strong>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<address>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice era una bambina bellissima. La perfetta miniatura di sua madre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una cascata di mossi capelli castano scuro, con limpidi riflessi del colore del grano, così voluminosi da formare, a seconda di come sua madre decideva di acconciarla, una naturale onda ribelle che le accarezzava il viso prima da un lato, poi dall’altro. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come la cioccolata quando avvolge una fragola, protettiva ed invitante. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>C’era davvero una strana connessione tra le due. Ad Alice infatti piaceva da matti riprodurne ogni gesto e movimento, soprattutto quando entrambe si preparavano in bagno prima di uscire. Io le osservavo da lontano, dal divano in salotto, attraverso quella lingua di spazio vuoto tra l’angolo della casa, dove partiva il corridoio che portava alle camere ed alla porta del bagno. Amavo quegli istanti sospesi, in cui mi sentivo pieno e fiero di essere stato in grado di ottenere tutto quello che stavo ammirando, faticando a credere che fosse davvero tutto mio. Che avessi potuto entrare in quel bagno dalle mattonelle rosa, le rane giocattolo, la radio in plastica in stile anni 60 e poterle stringere a me. Dire loro quanto le amassi, senza pensare nemmeno un istante, a chi sarei potuto essere in quell’esatto momento, in un mondo parallelo, se non fossero mai esistite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi ricordo i giorni in cui Alice ancora non era arrivata con la sua candida esuberanza ed io e la madre fantasticavamo di viaggi ed avventure e romantiche passeggiate su crinali di mondi che ci eravamo promessi di esplorare. Eravamo ignari che Alice sarebbe arrivata così, all’improvviso. Come un fulmine a ciel sereno, di quelli che non ti spaventano, ma invece ti affascinano. Perché puoi ammirarli da lontano in tutto il loro splendore naturale. Alice era proprio come un fulmine. Uno schianto portentoso, che spezza una di quelle giornate dove non capita nulla di degno da dover ricordare. Per questo, meravigliosa. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eccole li. Riesco a vederle ancora nitidamente, come se avessi in mano una di quelle foto che si riesce a scattare al momento giusto, senza essere visti e che catturano quella naturalezza della quotidianità che rende bella anche una comune colazione al mattino. Entrambe sedute vicino al lavabo in bagno, a maneggiare trucchi, creme, spazzole e profumi. A rendersi ancora più profumate ed attraenti, di quanto non lo fossero già naturalmente. Ovviamente Alice era troppo piccola e non le permettevamo di truccarsi davvero. Le lasciavamo usare tutto, a patto che restasse ben chiuso. A lei questo non interessava. Per lei, il semplice potersi sedere in braccio alla madre, facendo finta di agghindarsi in sua compagnia era già abbastanza. Alice era fatta così. Non chiedeva mai niente, mai un giocattolo nè una bambola. Non aveva mai pianto per un gelato, nè fatto i capricci per una caramella. Alice accoglieva serena ciò che le veniva donato. Noi, come tutte le coppie di giovani genitori alle prime armi, la coccolavamo e riempivamo ovviamente di regali, ma sembrava che le bastasse semplicemente il nostro amore. E questa era la cosa più straordinaria che potesse capitarci, perchè era lei ad insegnarci quanto fossero importanti le piccole cose. Anche questo dono era una caratteristica ricevuta dalla madre. La donna che mi aveva insegnato ad amare con la sua dolcezza, con la sua tenacia nel donarmi affetto, anche quando non lo meritavo, con la sua insaziabile voglia di prendersi cura di me, quasi a volersi sdebitare per quei pochi pallidi segnali d’amore che io faticavo a dispensare. Questo era il mio peggior difetto. Amavo quella donna più di me stesso, perchè mi aveva insegnato a saper guardare col cuore e non con l’esperienza dei propri fallimenti. Accompagnandomi, passo dopo passo, nel difficile percorso dell’aprire la propria anima a qualcuno. Ma qualcosa di sbagliato in me mi frenava sistematicamente dal ripetergli costantemente quanto fosse per me indispensabile. Quando me ne accorgevo, cercavo di recuperare inventandomi eclatanti scenografie costruite maldestramente con luoghi magici, una degna rasatura e tutta l’onestà che potessi offrire nel descriverle i miei sentimenti. Nonostante ce la mettessi tutta, restavo comunque un passo indietro rispetto a lei. Perchè aveva quella luce dentro impossibile da replicare.  Ed in questi casi non puoi far altro che ritenerti un bastardo fortunato, lasciarti bagnare dai suoi raggi e continuare a correrle dietro di gusto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice era sbocciata come una bellissima rosa nel nostro piccolo orto. Non l’avevamo cercata e non ci eravamo nemmeno chiesti quale potesse essere il momento giusto per rendere affollata la nostra tenda. Proprio per questo, quando invece lei arrivò, facendo capolino tra le nostre due vite, non ci fu esitazione. Ma solo immenso amore nel salutarla. Fu proprio quello il primo regalo che la piccolina ci donò: renderci consapevoli che il nostro amore speciale potesse creare ulteriore magia. Il vero panico, stranamente, arrivò con la scelta del nome. Ricordo che passammo intere settimane a cercarlo, perchè volevamo essere sicuri di non scegliere qualcosa di banale, ma nemmeno di troppo esotico. Studiammo interi libri sul significato dei nomi, sulle caratteristiche caratteriali ad essi legati, considerammo addirittura tutti i nomi dei personaggi storici che ci avevano sempre appassionato. Poi, come per tutte le cose che ci venivano bene, il caso oppure il destino, decise per noi. Era un pomeriggio durante il quale avevamo deliberatamente scelto di abbandonarci alla rilassatezza di un letto e qualcosa ci riportò a giocare con un nome in particolare, quel nome. Per qualche misterioso motivo, il modo stesso con cui lei iniziò a pronunciarlo, il movimento delle sue labbra nel scandirlo, il suono della sua voce immaginando di chiamare nostra figlia da una stanza all’altra, mi catapultò in un tenero universo fatto di sorrisi senza denti, canzoncine per farla addormentare, parole bisbigliate e amore silenzioso sul divano per non farla svegliare, letterine di natale e qualche tenero capriccio. Cancellando in me ogni dubbio, se non legato al mio essere realmente in grado di proteggerla nel presentarle il mondo. Ho sempre amato il modo in cui entrambi i nomi delle mie meraviglie suonassero insieme. Sembravano fatti apposta per essere evocati uno con l’altro ed io adoravo ogni istante in cui dovevo chiamarle, magari per uscire per una passeggiata o semplicemente perchè eravamo in ritardo per raggiungere chissà quale meta. Ho amato ogni singolo atomo di entrambe, ogni singolo attimo della mia esistenza insieme a loro. E so con certezza di essere stato destinato da sempre ad entrambe. Certe sensazioni, certe emozioni, possono manifestarsi soltanto una volta nell’esistenza di un individuo. Perchè uniche. Come lo erano loro due.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho giocato ogni giorno con Alice. Abbiamo creato quadri in pastello dalla bellezza sconvolgente, a tal punto che un giorno un tizio ci ha offerto addirittura dei fiori per accaparrarsene uno. Noi ovviamente abbiamo accettato, perchè Alice ha sempre amato i fiori. Spesso andavamo a fare dei picnic in un parco a circa un’ora di macchina dalla città. Sigurtà, era quello il suo nome. Un gigantesco giardino botanico, con prati immensi, distese di fiori di ogni genere, laghetti e anche un vero labirinto di fitte siepi alte. Io e sua madre ci andavamo spesso prima che Alice nascesse ed abbiamo continuato portandoci anche lei. Ridevamo di gusto quando la piccolina non riusciva a scandirlo bene. “Siguà…Sihutah…Siruà”. Piccola dolce Alice. Ogni volta era un festa: durante ogni visita, lei correva come impazzita tra i fiori, volendoci a tutti costi mostrare ogni loro singola variante, restava elettrizzata dallo scovare qualche carpa nuotare negli stagni oppure si intimoriva nel non riuscire a trovare l’uscita dal labirinto. Dove sistematicamente, in tre, ci perdevamo ogni volta per una buona mezz’ora.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Abbiamo costruito vere casette in legno per le bambole, così come un accampamento indiano nel bel mezzo del salotto di casa, realizzato spostando verso l’esterno della stanza il divano, le due poltrone in ecopelle ed il tavolino in cristallo, per poi truccarci a dovere come solo un vero Sioux sa fare prima di danzare per la pioggia. Una volta, durante una di queste danze tribali, sono inciampato cadendo rovinosamente sulla tenda fatta con una scopa ed un vecchio lenzuolo. Alice arrestò la sua danza solo per un attimo, per rimproverarmi di aver spaventato la pioggia con tutto quel baccano e poi continuare con la madre a saltellare in tondo, prendendomi in giro per non essere in grado di ballare. Con Alice ho anche imparato, da adulto, a non aver paura degli animali, paura che avevo sin da bambino. Adottammo un gattino, trovato durante una delle tante gite in montagna che ci concedevamo nel weekend. Stavamo passeggiando lungo i vicoli di questo borgo medioevale, quando questo cucciolo di micio iniziò a seguirci, probabilmente perchè affamato, oltre che curioso. Alice immediatamente lo accolse con innata naturalezza, mentre io già ero salito su montagne russe mentali fatte di malattie, graffi e chissà quale altra catastrofe immaginaria.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Papà, vieni ad accarezzare Tigre!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Principessa, è un gatto randagio…stai attenta!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Papà, hai visto quanto è piccolo?! Devo io stare attenta a non fargli male!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Beh…però fai lo stesso attenzione, ok?!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Possiamo portarlo a casa? A casa gli darei la pappa ogni giorno, quando mangio anche io!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sua madre si piegò per accarezzarlo e quello fu il momento in cui Tigre divenne il nostro gatto. Entrambe mi insegnarono a capire i suoi segnali e le sue necessità e mentre io mi prendevo cura sia di Alice che del gatto, Alice si prendeva cura del gatto. E di me.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando le due modelle si sedevano davanti lo specchio nel bagno, Tigre faceva da guardiano tenendole compagnia appollaiato sul davanzale della finestra vicino la doccia. Alice, si fingeva truccata alla perfezione con un rossetto tenuto ben chiuso nella sua confezione dalla madre e rivolgendosi al felino, intavolava immaginarie discussioni fatte di complimenti, pareri e qualche ritocchino consigliati dal gatto stesso. Durante questi scambi surreali, dopo ogni botta e risposta, la piccolina lanciava uno sguardo verso sua madre, per ottenere consenso o semplice appoggio. Accorgendosi della cosa, anche la madre iniziava a conversare con il gatto, raggiungendo sempre un accordo sul come Alice dovesse procedere col trucco. A volte, quando gustarmi questi siparietti non mi bastava, entravo anche io in bagno, il più delle volte per stuzzicarle con pareri controcorrente e per avvalorare le mie tesi strampalate sul come una donna dovrebbe truccarsi, prendevo qualche matita ed mostravo le mie teorie su me stesso, truccandomi sul serio, nello stupore dei presenti. Gatto compreso. Sentirle ridere di gusto mi riempiva l’anima e mi sentivo in grado di poter restituire anche solo pochi attimi di quella stessa felicità e divertimento che loro mi concedevano ogni giorno. Prima di uscire, era Alice stessa a struccarmi con le sue piccole mani sporche di crema e residui di matita e pigmenti che prima rendevano ridicolo il mio viso. Io mi truccavo proprio per permetterle di sporcarsi seriamente ed ogni volta ero contento di essermi reso temporaneamente un clown anche agli occhi della madre, adorando il modo in cui lei stessa cavalcasse questo nostro giocare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora Alice è grande, ma ogni tanto con sua madre, ci concediamo ancora qualche gita, così come le nostre passeggiate al parco Sigurtà. Negli anni abbiamo organizzato anche qualche viaggio più lungo e ogni tanto facciamo ancora finta di truccarci tutti insieme, come se fossimo ancora tutti in quel bagno pieni di quel nostro amore unico. Amo le mie due meraviglie come fosse il primo giorno. Certe cose sono talmente speciali, dall’essere immutabili ed immortali.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questa è una storia a lieto fine. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Perchè frutto di pura immaginazione, per un immaginario futuro. Uno di quei tanti possibili scenari, dove possiamo essere protagonisti diversi a seconda di quali scelte prendiamo nel presente. Oggi, in questo mondo parallelo, Alice e sua madre non sono mai esistite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ci sono solo io. Su un barcone incagliato nel bel mezzo di una Milano deserta e ricoperta di neve, che mi riscaldo l’anima suonando la chitarra per un paio di occhi scuri ed una cascata di mossi capelli castano scuro incrociati per caso.  Pronto e senza esitazioni ad accogliere ciò che ancora deve arrivare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fine.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Antonio Capra</em></p>
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		<title>Poche parole, basta solo dire: che culo!</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Sep 2013 13:32:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A Taiwan durante una normale pioggia un costone di fianco ad una strada si stacca e una slavina invade la carreggiata, che succede? Una macchina sembra travolta dal fango, ma invece no… Guardate il video per scoprirlo. La scena è ripresa da una telecamera dentro un’automobile, una dashcam, e fa abbastanza paura.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A Taiwan durante una normale pioggia un costone di fianco ad una strada si stacca e una slavina invade la carreggiata, che succede? Una macchina sembra travolta dal fango, ma invece no… Guardate il video per scoprirlo. La scena è ripresa da una telecamera dentro un’automobile, una dashcam, e fa abbastanza paura.</p>
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		<title>Fortuna o talento?</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Sep 2013 12:03:35 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Che sia fortuna o che sia talento ci sono andati tutti veramente vicino&#8230; quando si dice: &#8220;avere un angelo custode&#8221;. Nel mio caso e con la mia &#8220;fortuna&#8221; probabilmente non ne avrei passato indenne neanche una di queste situazioni.</p>
		
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		<title>29 giocattoli dell&#8217;infanzia che avrai buttato e che ora valgono una fortuna</title>
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		<description><![CDATA[Avete buttato un vecchio giocattolo? Forse leggendo questo post ve ne pentirete. Vi mostro una lista di 29 giocattoli del passato recente che adesso valgono una fortuna.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Avete buttato un vecchio giocattolo? Forse leggendo questo post ve ne pentirete. Vi mostro una lista di 29 giocattoli del passato recente che adesso valgono una fortuna.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-20504" title="games" src="/wp-content/uploads/2013/07/games.jpg" alt="" width="426" height="6166" /></p>
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		<title>Racconti Brevi &#8211; CÈLINE</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 13:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Cèline]]></category>
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		<description><![CDATA[CÈLINE di Antonio Capra . La bellezza è una cosa oggettiva. Questa è una regola che tutti devono sapere. Nessun uomo, degno di tale nome, può permettersi di ignorare questa cinica verità. Perchè comporta delle responsabilità. E farsi accompagnare dalla donna più bella mai nata sul pianeta è la maggiore di tutte. Questo era Cèline. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: justify;"><strong style="font-style: normal;"><strong>C</strong>ÈLINE</strong></address>
<address>di Antonio Capra</address>
<address><span style="color: #ffffff;">.</span></address>
<p style="text-align: justify;">La bellezza è una cosa oggettiva. Questa è una regola che tutti devono sapere. Nessun uomo, degno di tale nome, può permettersi di ignorare questa cinica verità. Perchè comporta delle responsabilità. E farsi accompagnare dalla donna più bella mai nata sul pianeta è la maggiore di tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo era Cèline. Un autentico dono della natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Io di certo lo sapevo e questo non faceva altro che accrescere, in uno strano gioco di contrasti, le mie ansie da prestazione ed il mio sentirmi finalmente realizzato. Se sei stato così sfacciatamente fortunato da essere scelto da una donna del genere, di certo non significa che ti andrà bene per tutta la vita. Soprattutto se, come il sottoscritto, hai delle lacune fisiche così evidenti da portarti ad approcciare alla vita con una perenne propensione al chiedere scusa per tutto. Fortuna compresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Cèline non era mia moglie. Non lo è mai stata. I matrimoni sono fatti per chi ha troppa paura di perdere, per chi vuole dimenticare il gusto di guadagnarsi un sorriso, chi è abituato ad assicurare i propri desideri con un bel contratto firmato. Io invece delle garanzie non mi sono mai fidato. Mi definisco un fatalista. E poi siamo onesti, lei, con uno come me, non si sarebbe mai lasciata incastrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Definirla bellissima sarebbe stata una patetica ovvietà, un passo troppo falso anche per il latin lover più inesperto. Ed io, ciò che sono diventato, di certo non l&#8217;ho costruito cavalcando destrieri ammaestrati lungo strade già battute. Io sono un lottatore, uno che ha messo al tappeto il proprio destino e guardandolo negli occhi gli ha detto: &#8220;<em>A chi diavolo vuoi fregare?! Tu resta qui, che io ho altri progetti</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Forse è stato questo a convincerla che non ero il solito adulatore dalle tasche piene di soldi e promesse frivole, che le ronzavano intorno incessantemente. Capì subito che io non avrei mai nemmeno cercato di scheggiare il suo universo con regali costosi e volgari, suite e viaggi pomposi, sesso maldestro e volgare. Intese, invece, che io non avrei potuto offrirle nient&#8217;altro che me stesso. La mia verità assoluta, offerta incoscientemente senza nemmeno pacco regalo. Pura e brutale onestà. Brutale, come me.</p>
<p style="text-align: justify;">Incluso nel pacchetto, tuttavia, un piccolissimo dettaglio. Quello che tutti gli altri, offuscati dall&#8217;arrogante certezza di averla in pugno sfoggiando inutili imperi economici, avevano sbadatamente omesso: la promessa di conquistarla ogni giorno. Con una donna del genere, il peggior delitto è porla al livello di tutte le altre. Trattarla come se non fosse una magnifica eccezione. Etichettarla come un ennesimo tassello di una piatta quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Cèline. Capelli chiarissimi, dai quali in qualsiasi stagione rifletteva un sole estivo, tenuti corti ad enfatizzare un profilo morbido ed etereo. Sinuosa e leggera nei movimenti, ma altrettanto forte e fiera come una sinfonia di onde di un oceano in tempesta, capace di farti scivolare incolume verso calmi orizzonti o spazzarti via in un solo gesto. Oceano, che una volta calmo, ritrovavo nei suoi occhi chiari e limpidi, specchi lucidi di un&#8217;anima inquieta. Anche questo amavo di lei. Il suo sentirsi sempre fuori posto, ma non lasciarlo mai a vedere, grazie ad una corazza indistruttibile fatta di silenzi enigmatici e sguardi malinconici. Il suo essere straordinaria andava ovviamente ben oltre il suo aspetto fisico. La sua intelligenza e profondità di pensiero, spesso mi portavano al chiederle quante esistenze avesse vissuto prima di incontrarmi. E lei mi rispondeva, lasciandomi senza fiato, sempre con queste parole:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Non chiedermi chi sono stata. Accompagnami verso ciò che potrò essere.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, con una pausa che per me durava millenni, aggiungeva sorridendo prendendomi la mano:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Con te</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Ed io, immobile, senza fiato ma pieno di vita, sistematicamente pensavo a quanto la fortuna possa essere a volte più che sfacciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che più amavo dello stare con lei erano i risvegli. I primi raggi di pallidi soli mattutini si facevano breccia attraverso le fessure della persiana semichiusa della finestra e ci illuminavano in silenzio, facendo chiarezza sui nostri sogni illogici e pieni di desideri. La sveglia era sempre settata su una radio locale, che trasmetteva musica jazz. Lei amava il jazz ed io amavo il modo in cui si riempiva di questo amore. Sdraiato sul letto, le note soffuse accompagnavano il mio sguardo sulle sue linee candide, per poi abbandonarmi in una dolce solitudine nel guardarla dormire. Restavo sempre stupito da come sembrava che la musica l&#8217;accarezzasse, un po&#8217; come avrei voluto fare io, cullandola piano in un dolce abbraccio protettivo contro il mondo esterno. Ero da tempo abituato a svegliarmi naturalmente qualche minuto prima che si attivasse la sveglia. Come se il mio stesso corpo fosse consapevole del miracolo a cui ero tenuto ad assistere. Avvolta nelle coperte, era spesso delicatamente contrastata dai due cuscini, che le sollevavano il volto in una posizione apparentemente innaturale. Il più grande le premeva leggermente la guancia sinistra, cosi da farle abbozzare un&#8217;involontaria smorfia, che sistematicamente mi portava a sorridere. Una spalla nuda e perlacea spuntava dal piumone, tuffandosi poi nel mare dei suoi capelli arruffati. Mi esplodeva il cuore ogni volta, sintomo benigno dell&#8217;essere felice che fosse lì con me. Si sarebbe svegliata dopo un po&#8217;, accennando forse anche lei un sorriso nel vedermi. L&#8217;avrei baciata sul collo e sulla guancia. Si sarebbe arrampicata su di me, caldissima, in modo così dolce e sensuale, da farmi rimpiangere di non averla svegliata prima.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Buongiorno</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Mmmm&#8230;ciao&#8230;</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;istinto mi suggeriva sistematicamente di stringerla fortissimo. E&#8217; strano come a volte, la passione si trasformi in leggera violenza. Non basta baciare, sfiorare, sentirsi vicino. Ci sono situazioni in cui non ci si sazia del semplice avere un contatto, ma viene voglia di sfogare quell&#8217;amore in qualcosa di esplosivo, qualcosa che ci lasci un po&#8217; più che soddisfatti. Sentire sulla pelle quella passione che non ti fa ragionare, che annienta tutto ciò che ruota intorno, quando ci si strofina delicatamente contro avvolgendosi tra le coperte. Fare l’amore era un viaggio di sola andata verso orizzonti sensoriali inesplorati, il cavalcare tornado di emozioni indissolubili ed inarrestabili. Era così. Tutte le volte che univamo i nostri corpi ai nostri spiriti. Eravamo unici. Invincibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ricordo di una domenica mattina. Svegli da poco e senza nessuna voglia di alzarci. Eravamo entrambi di una pigrizia da guinnes dei primati. A volte si passava più tempo a decidere chi dei due dovesse alzarsi per preparare il caffè, che per fare l&#8217;intera colazione. Amavo quei momenti. Erano una sorta di giocosi litigi, una gara a chi la sparasse più grossa per avere la meglio. Alla fine a perdere il più delle volte ero io, forse più in modo volontario che altro. Lo consideravo un regalo che facevo a me stesso. Perché ritornare a letto e baciarla sussurrandole che la colazione era pronta, per me, era linfa mattutina. Lei riusciva addirittura a riaddormentarsi profondamente mentre io preparavo la moka, riscaldavo il latte ed imbandivo la tavola di tutto ciò che potesse servire per regalarle, con quel poco che avevo in cucina, una colazione da regina. Ed impazzivo quando brontolava di aver ancora sonno, nel modo più sexy ch&#8217;io avessi mai visto fin prima di conoscerla. Tutto questo mi regalava buon umore, anche se fuori c&#8217;era la solita ruvida e grigia città.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte si decideva di restare tutto il giorno a letto. Giornate piene di noi stessi, unici padroni del tempo e dello spazio. Registi delle nostre sensazioni. Stilisti delle nostre stesse anime. Altre invece, ci inventavamo commissioni urgenti, itinerari di shopping senza nemmeno un centesimo da spendere, pranzi da dover preparare. Il tutto solo per avere un motivo per alzarsi, ammonendoci contemporaneamente sullo spreco di tempo intrinseco al poltrire tutto il giorno. Indipendentemente dal tipo di giornata che avremmo deciso di passare, ogni volta, con Cèline era una nuova avventura.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quella mattina persi la mia tenera guerra per la colazione, ma con un sorriso beffardo mi alzai comunque dal letto, già pregustando il regalo che avrei trovato al ritorno. Uscendo dalla camera la sentii brontolare, pronta a riaddormentarsi. In cucina, le stoviglie ancora da lavare dalla sera prima erano lì ad aspettarmi. A volte capitava di non pulire tutto subito, soprattutto se si decideva di abbandonarci al flusso delle nostre esigenze. Avevamo, infatti, cenato in casa, per poi decidere di vedere un film. Una commedia romantica, debitamente spalmati l&#8217;uno contro l&#8217;altro sul divano, evidentemente ancora affamati di calore immediato. Piatti e moka avrebbero quindi aspettato. Il fuoco basso, che usciva scoppiettante dal fornello, graffiava il silenzio al contatto con le gocce di acqua che trasbordavano dalla moka un po&#8217; difettosa, un po&#8217; chiusa male, mentre io imbandivo la tavola con tovagliette, tazze colorate e tutto il necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai che lei avrebbe gradito un po&#8217; di pane tostato con la marmellata, così accesi il tostapane che, dopo trenta secondi, già iniziò ad emanare quel tipico odore di aria bruciata. Probabilmente qualche vecchio residuo di toast non ancora carbonizzato del tutto. Il caffè uscì in modo fragoroso. Quella moka rappresentava ancora un mistero, perché nonostante la usassi da più di un anno ed indipendentemente dal vigore con cui la si potesse stringere, il caffè riusciva comunque a superare il valico dalla guarnizione, per poi scorrere ai lati ed inondare la cucina. Però aveva sempre un ottimo sapore. Forse per questo non mi ero ancora sbarazzato di quel vecchio aggeggio difettoso. Oppure perché, probabilmente, mi ricordava casa. Versai il caffè nelle due tazze, rischiando per entrambe quasi di oltrepassare l&#8217;orlo aggiungendo del latte freddo. Tutto era pronto. Non mi restava che tornare in camera e rituffarmi in quel mare di labbra e braccia e capelli. Mi lavai velocemente le mani, sporche di residui di marmellata, lanciandomi quindi verso la camera compiaciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">In quei pochi secondi pensai al modo migliore per svegliarla. Se farlo rapidamente, saltandole addosso e baciandola in fretta. Oppure avvicinarmi lentamente, sussurrandole all&#8217;orecchio quanto fosse bella, per poi aspettare di immergermi nella sua morbidezza. Nel varcare la soglia mi concessi ancora un secondo per decidere, anche se sapevo di aver già scelto la seconda opzione. Ma le opzioni erano svanite. Così come i vestiti sparsi per terra. Erano svanite le sue scarpe da ginnastica, le lenzuola ed il piumone avvolto sul suo corpo. Era svanito il suo profumo ed il suo respiro. Era rimasto il mio letto, una coperta dimessa, in parte finita per terra. Un solo cuscino. Sul comodino un romanzo con i miei occhiali usati come segnalibro. La bottiglia d&#8217;acqua, che le avevo visto riempire al rubinetto la sera prima, ai piedi del letto. Vuota. L&#8217;intera stanza, piena della sua assenza.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Cèline?</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Girai su me stesso un paio di volte nella stanza. Cercando una logica nell&#8217;illogico. Un senso per l&#8217;inspiegabile. Mi guardavo intorno in cerca di una soluzione ad uno scherzo riuscito evidentemente piuttosto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Cèline?</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Non avrebbe avuto il tempo materiale per riordinare tutto, sbarazzarsi delle sue cose e nascondersi. Dove poi? In una stanza in cui l&#8217;unico nascondiglio era l&#8217;armadio a quattro ante che, tuttavia, avevo già controllato. Tutto era vuoto. E silenzioso.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Cèline!</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, di colpo, tutto mi fu chiaro. Sorrisi. Mentre il cuore aveva appena deciso di prendersi una vacanza. Erano semplicemente passati trent&#8217;anni. Io ero vecchio e quando capita di diventare vecchi, capita anche di dimenticarsi qualcosa. A volte, anche le cose più importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile trovare qualcuno che ti corrisponda senza voler qualcosa in cambio. Io l&#8217;avevo trovato. I perché si dimenticano, se non si fa nulla per ricordarli. I baci sul suo collo  erano i miei giusti perché. Ed io mi ero impegnato per meritarmeli ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai esitato con Cèline. Sin dal primo istante. Perché le mie iridi si espandevano al suo  solo passaggio. Lei illuminava le mie notti, che altrimenti sarebbero state profondamente buie. Anche se dicesse lo stesso di me, io mi sono sempre sentito in difetto. Perché, l&#8217;ho già detto, Cèline era un dono della natura. Ed io, fino all’istante prima di conoscerla non avevo fatto niente per meritarlo. Ma non ho nulla da temere. Non ho nessun rimpianto. Perché so di averle dato tutto ciò che meritava. E la conferma sta nel fatto di averla avuta accanto per tutta la vita. Ci siamo amati fino allo sfinimento, io e Cèline. Senza limiti, senza risparmi, senza contare i passi che ci avrebbero portati, insieme, così lontani l&#8217;uno dall&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa freddo questa mattina. La solita fottuta umidità delle domeniche invernali, che permea le ossa, inonda l&#8217;anima e lascia naufragare i respiri. Non c&#8217;è tanta gente in giro. In molti avranno desistito guardando dalle proprie finestre, ricattati dal caldo dei propri radiatori e dalla tipica pigrizia che ti prende al collo appena prima che finisca il weekend. Forse è un caso, ma oggi è proprio Domenica.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono mai stato pigro con Cèline. Ed anche se ci avessi provato, lei non me lo avrebbe permesso. Ed allora eccomi qui, elegante, pettinato e profumato come sempre. Le è sempre piaciuta la fragranza del mio profumo ed io, di riflesso, non l&#8217;ho più cambiata per trent&#8217;anni. Unica libertà che mi sono concesso ultimamente è stata lasciami crescere una leggera barba incolta. La mia pelle è diventata troppo ruvida e radermi ogni mattina è diventato un problema. Confesso che preferisco concedermi una trentina di minuti in più di torpore nel letto, piuttosto che dover gestire nuovi rigoli di sangue disegnati sul mio collo da un incurante rasoio usa e getta. Sono certo, tuttavia, che a lei piaccia questo cambio di look, come i nuovi fiori che le ho regalato al mio arrivo. Prima di arrivare al nostro appuntamento, ho chiesto al fioraio qualcosa di diverso. Non conosco nessuna delle varietà presenti nel bouquet, ma la composizione è molto colorata e profumata. Mi piace. Oggi ero in vena di sorprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Come quella volta che le organizzai una gita in mongolfiera. Fui bravissimo a nasconderle tutti i preparativi, le ricevute di pagamento, il giro di prova per accertarmi che tutto fosse gestito al meglio. Fui meno bravo nell’informarmi se lei soffrisse o meno di vertigini. Cosa che scoprii solo dopo che la mongolfiera librava nell’aria già ad una decina di metri dal suolo. Quando le slacciai il nastro dagli occhi, opportunamente legato una volta seduti in macchina prima di partire, lei emise un urlo dall’incredibile potenza. Talmente forte, che per i primi secondi, non feci caso al suo spavento, ma piuttosto al come fosse possibile che da una donna così esile potesse esplodere un urlo così potente. Lei si accovacciò immediatamente all’interno del cesto e confesso che inizialmente non fu facile convincerla a rialzarsi. Passammo la successiva ora abbracciati, con la sua testa conficcata nel mio petto. Consapevole che non l’avrei abbandonata, nonostante la sua paura, aveva lo stesso deciso di non rovinare la sorpresa e completare il volo con me. Una volta ritornati a terra, mi guardò in silenzio con occhi sorridenti e pieni di lacrime. Questa era Cèline.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra quasi che l’umidità sia sparita. Questi ricordi mi hanno riscaldato il cuore, pieno dell’amore per la mia metà lontana. Non passa giorno senza che mi manchi. Non c&#8217;è giorno che io non stia con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Buongiorno amore mio. Ieri hanno dato alla tv il nostro film preferito. Come il mio profumo e questi nuovi fiori, avremo goduto nel rivederlo insieme. Che bello sarebbe stato guardarti piangere sul finale. Mi nutrivo di quella tenerezza, come se fosse aria da respirare</em>.” gli dico senza aprir bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il freddo ritorna improvvisamente ed assetato di vita. Quella che ora sgorga dai miei occhi e solca il mio viso, mentre osservo la sua foto su questa pietra. Ho sbagliato a scegliere il cappotto, perché non mi ripara affatto dal vento gelido. Che forse mi nasce dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Scusa amore mio, meglio se torno a casa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho la schiena a pezzi e le gambe a stento mi reggono.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma non dubitare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domani, tornerò.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>
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