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	<title>Ziqqurat &#187; racconto</title>
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	<description>La piramide del web: i migliori video, le migliori foto e le notizie più interessanti della rete!</description>
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		<title>Confessioni di un Nottambulo</title>
		<link>http://www.ziqqurat.eu/2014/03/17/confessioni-di-un-nottambulo-2/</link>
		<comments>http://www.ziqqurat.eu/2014/03/17/confessioni-di-un-nottambulo-2/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2014 15:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Novellone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[IL TASSISTA E’ IL TUO MIGLIORE AMICO (SE BEN PAGATO). &#160; PARTE PRIMA &#160; Una piccola parte della mia mente riesce inspiegabilmente a riprendersi quel tanto che basta per darsi un occhiata intorno e cercare di capire cosa sta succedendo. Partiamo dai dati basilari, i fatti certi. E’ notte, non so di quale giorno della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>IL TASSISTA E’ IL TUO MIGLIORE AMICO (SE BEN PAGATO).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PARTE PRIMA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una piccola parte della mia mente riesce inspiegabilmente a riprendersi quel tanto che basta per darsi un occhiata intorno e cercare di capire cosa sta succedendo.</p>
<p>Partiamo dai dati basilari, i fatti certi.</p>
<p>E’ notte, non so di quale giorno della settimana.</p>
<p>Sono vestito (dettaglio di non poca importanza, credetemi).</p>
<p>Sono in un taxi e sono ubriaco marcio.</p>
<p>Tutto proteso verso l’autista, mi osservo mentre sbracciandomi e con le lacrime agli occhi cerco di convincerlo che sono innamorato e che un balordo qualsiasi mi ha soffiato la ragazza, precludendo così il mio roseo futuro di amore e felicità coniugale.</p>
<p>Sono così convinto di quello che dico, ci metto un tale trasporto e una tale enfasi che – nonostante la nebbia alcolica imperversi sovrana nel mio cervello – mi accorgo di aver fatto breccia nel sentimento empatico del tassista.</p>
<p>“Amico mi dispiace, è una carognata davvero” dice.</p>
<p>A quel punto il diavoletto ubriaco che gestisce la mia mente in situazioni come questa mette in atto il suo piano diabolico, di cui il sottoscritto era completamente all’oscuro fino ad un attimo prima.</p>
<p>“Amico tu devi aiutarmi” gli faccio “tu devi portarmi sotto casa della mia donna e aiutarmi a picchiare quello stronzo che ora se la scopa”.</p>
<p>Che ci crediate o no, il tassista accetta senza fare una piega. Ci accordiamo per 30€ di mancia extra più il conto del tassametro che rimarrà acceso per tutta la durata dello scontro.</p>
<p>Arriviamo sotto casa della donna, e so che è il momento di indossare la maschera del pazzo psicopatico. Sceso dal taxi inizio a gridare con quanto fiato ho in corpo e a prendere a calci l’auto del balordo, mentre con una mano tengo premuto il citofono dell’appartamento e con l’altra telefono senza sosta alla mia ragazza.</p>
<p>Nel frattempo è uscita una piccola folla dal McDonald adiacente, il tassista chiama gli amici e mi riprende con il telefono.</p>
<p>Dopo svariati minuti  (ma possono essere ore, per come sono in grado di percepire lo scorrere del tempo nelle condizioni attuali) non ottengo nessuna risposta. Anche se so che sono in casa, perché vedo le luci accese.</p>
<p>Maledizione: non saprò mai se i miei soldi sono stati spesi bene. (Tra l’altro, avevo omesso di proposito di comunicare al tassista che la maggior parte del lavoro avrebbe dovuto farla lui: io non so picchiare, sono sicuro però di saper prenderle).</p>
<p>In preda alla frustrazione imbraccio il mio taccuino e inizio a lasciare messaggi a metà strada tra insulto e supplica su foglietti che adagio sotto il tergicristallo della macchina della mia ragazza, sorta di pazze multe d’amore e di brama di possesso, gelosia ed egoismo. L’ultima immagine che ho della sua macchina è il parabrezza completamente ricoperto dai miei fogliettini.</p>
<p>Mi faccio riportare a casa, cazzo mi merito un po’ di riposo. Io e il tassista ci salutiamo come vecchi amici, ma all’ultimo momento io gli chiedo se ha droga da vendermi, rovinando quindi la nostra salda e duratura amicizia.</p>
<p>Il mio unico alleato se ne parte sgommando mentre insulta i miei avi.</p>
<p>Sono nel corridoio che porta al mio appartamento, pronto per cedere finalmente all’incoscienza totale, ma il diavoletto ubriaco nel mio cervello ha in serbo un’ultima sorpresa, un ultimo folle piano da portare a termine.</p>
<p>Comincio a prendere a calci e pugni tutte le porte degli altri appartamenti sul corridoio, gridando, sbavando e supplicando. Mi aggrappo ai campanelli come un neonato ai capezzoli della madre.</p>
<p>Sprezzante della propria incolumità, l’inquilina adiacente alla mia porta (che non ho mai incontrato), commette il madornale errore di chiedere chi bussa.</p>
<p>Mi accanisco sul suo uscio, picchiando con tutta la forza di cui dispongo (non molta in effetti, ma abbastanza da terrorizzare la vicina) e urlando pretendo che mi si apra e mi si faccia entrare.</p>
<p>Non conosco i piani del diavoletto ubriaco, non so cosa stia cercando di fare, non so come reagirei se la ragazza aprisse davvero. Magari chiederei solo di chiacchierare, oppure cercherei semplicemente di strangolarla con una sua calza di nylon. Lei ora è terrorizzata, minaccia di chiamare la polizia. Ma ecco che improvvisamente – veloce come era apparso – il diavoletto ubriaco nella mia mente si dilegua, lasciandomi stanco, e ubriaco.</p>
<p>Barcollo quindi verso il mio appartamento, mentre la vicina singhiozza sommessa da dietro la sua barricata.</p>
<p>Sono quindi nudo, riverso nel letto, la bocca aperta che rantola note alcoliche, quando alla mia porta sento bussare con insistenza.</p>
<p>Mi butto addosso un accappatoio e apro la porta, il mio pene nudo che sporge dalla feritoia.</p>
<p>Sono convinto sia la mia vicina, che non avendo saputo resistere al mio fascino, ora si ripresenta reclamando il suo premio: l’orsacchiotto rosa e peloso che sporge più in basso.</p>
<p>Invece, chissà come mai, nell’angusto spazio del mio pianerottolo, mi ritrovo davanti a sei (dico: sei) carabinieri in uniforme.</p>
<p>Fortunatamente, uno tra i miei molti talenti è saper trattare con le autorità.</p>
<p>Impassibile nonostante la sbronza, esibendo un contegno degno di un gentiluomo inglese, mi rivolgo loro: “I signori desiderano accomodarsi? Posso offrir loro un caffè?” (caffè che, tra l’altro, non possiedo. Io bevo solo the).</p>
<p>I carabinieri sono vistosamente sorpresi. Dalle urla che la mia vicina sta rivolgendo ad un loro collega e dalla chiamata precedente che da lei hanno probabilmente ricevuto (“Oddio venite! Presto! Aiutatemi! Un pazzo sta cercando di sfondare la porta per stuprarmi!”) erano pronti a trovarsi davanti un balordo debosciato in stato confusionale in un porcile di casa.</p>
<p>Invece, quello che hanno davanti è un giovane ragazzo educato e di bell’aspetto, perfettamente padrone di sé, in una bella casa perfettamente in ordine.</p>
<p>Non perdo tempo e approfitto della situazione.</p>
<p>Facendomi leggermente indietro rispetto alla porta, come per non farmi scorgere dalla vicina, mi punto il dito indice alla tempia e ruotandolo in senso orario mi rivolgo ai carabinieri, lasciando intendere loro che la mia vicina è un po’ tocca, un po’ pazza, lo sappiamo tutti qui, ci sono abituato, non preoccupatevi, dice contemporaneamente la mia espressione. La proverbiale intelligenza dei carabinieri: da parte loro ottengo immediati cenni di comprensione e di approvazione, di scuse quasi.</p>
<p>Quindi se ne vanno, cercando di rassicurare la vicina con una certa aria di indulgenza, come un genitore farebbe con la propria bimba che ha paura dell’uomo nero.</p>
<p>Soddisfatto, e leggermente orgoglioso di me stesso per come sono riuscito a gestire la situazione (un orgoglio tipico degli ubriachi), mi sfilo l’accappatoio (che tanto mi ha aiutato ad entrare nella mia parte di gentleman d’oltremanica) e nudo mi dirigo verso il letto, pronto finalmente a lasciarmi cullare dal sonno dei giusti, e dei furbi.</p>
<p>Qualunque bevitore però, sa che deve sempre fare i conti con il suo peggior nemico: il karma. O dopo sbronza, come molti ignoranti si ostinano a chiamarlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riccardo Novellone</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=165518</p>

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		<title>Confessioni di un Nottambulo</title>
		<link>http://www.ziqqurat.eu/2014/02/28/confessioni-di-un-nottambulo/</link>
		<comments>http://www.ziqqurat.eu/2014/02/28/confessioni-di-un-nottambulo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2014 10:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Novellone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[short story]]></category>

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		<description><![CDATA[SVEGLIARSI, E’ UNA FACCENDA DELICATA. &#160; La sveglia suona alle 06:15. La lascio suonare altre cinque volte a intervalli di undici minuti fino alle 07:10. Apro gli occhi. La prima cosa che faccio è prendere il cellulare e sfidare a backgammon l’intelligenza artificiale del software. E’ un tipo tosto, lo stronzo, ha sempre i dadi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>SVEGLIARSI, E’ UNA FACCENDA DELICATA.</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sveglia suona alle 06:15.</p>
<p>La lascio suonare altre cinque volte a intervalli di undici minuti fino alle 07:10.</p>
<p>Apro gli occhi.</p>
<p>La prima cosa che faccio è prendere il cellulare e sfidare a backgammon l’intelligenza artificiale del software. E’ un tipo tosto, lo stronzo, ha sempre i dadi dalla sua parte. Vinco solo il 50% delle volte (51,6% per la precisione).</p>
<p>Successivamente passo in rassegna tutte le funzioni principali del telefono controllando che siano correttamente impostate.</p>
<p>Sono le 07:30 spaccate, come sempre.</p>
<p>Quindi prendo il libro del mattino, di cui leggo ogni giorno una pagina. Il libro del mattino di questo periodo è “La porta senza porta”, una serie di <i>koan </i>Zen scritti da Mumon nel 13° secolo. Il <i>koan</i> del giorno dice: “<i>Il vento stava agitando una bandiera del tempio, e due monaci avviarono un argomento. Uno diceva che la bandiera si muoveva, l&#8217;altro diceva che era il vento che si muoveva; Essi andarono avanti un bel pezzo a disputare ma non potevano giungere ad un’unica conclusione. Allora il sesto Patriarca disse, -Non è il vento che si muove, non è la bandiera che si muove; è la vostra mente che si muove-. I due monaci furono colpiti da timore riverenziale e tacquero.</i>”</p>
<p>Muoversi, muoversi&#8230;giusto: mi alzo dal letto. Controllando che ogni singolo oggetto della stanza sia in ordine e perfettamente simmetrico (il letto stesso – cuscini e coperte – i libri sul comodino – l’abat jour – la katana sul piedistallo ai miei piedi) e naturalmente, lo sono.</p>
<p>Sono le 07:40 spaccate, come sempre.</p>
<p>Prendo gli oggetti che porto sempre addosso alla mia persona e dopo averli contati ad alta voce li controllo uno ad uno, verificando che tutto sia in ordine. Sono dodici: 3 mazzi di chiavi, il portafoglio, gli occhiali da vista, un fazzoletto, degli auricolari in un apposito astuccio, il cellulare, una penna, un taccuino, un astuccio in pelle porta tabacco e l’orologio. Dove possibile, ognuno di questi oggetti è rigorosamente nero.</p>
<p>Sono le 07:50 spaccate, come sempre.</p>
<p>Proseguo setacciando ogni compartimento della mia tracolla (nera), che contiene tutti i mie oggetti più indispensabili (in realtà – vestiti a parte – non avrei bisogno d’altro nella vita materiale di ogni giorno che del suo contenuto) e controllo che tutto sia in ordine (e naturalmente, lo è). Successivamente estraggo dalla tracolla 3 libri dai quali non mi separo mai e di cui leggo ogni giorno una pagina ciascuno. Il primo si intitola “Hagakure”, una raccolta di sentenze scritta dal samurai Yamamoto Tsunemoto nel 17° secolo. La citazione di oggi dice: “<i>Quando si è determinati, l&#8217;impossibile non esiste: allora si possono muovere cielo e terra. Ma quando l&#8217;uomo è privo di coraggio, non può persuadersene. Muovere cielo e terra senza sforzo è una semplice questione di concentrazione”.</i> Il secondo libro è la raccolta di “Pensieri” dell’imperatore romano Marco Aurelio. La citazione di oggi dice: “<i>Non esistono ladri della volontà”</i>. Il terzo libro è “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche. La citazione di oggi dice: “<i>Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l&#8217;ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo”</i>.</p>
<p>Sono le 08:00 spaccate, come sempre.</p>
<p>Preparo i vestiti per il lavoro, controllando la presenza di tutti i capi necessari: camicia, gemelli, cravatta, giacca, pochette, giaccone, mutande, cintura, pantaloni, calze, scarpe.</p>
<p>Quindi sorseggio un the caldo Earl Grey al bergamotto addolcito con miele millefiori.</p>
<p>Eseguo quindi il <i>Surya Namaskar </i>o Saluto al Sole, un esercizio yoga.</p>
<p>Successivamente controllo che unghie di mani e piedi siano della lunghezza giusta, mi rado le guance lasciando il resto della barba incolta (ma curata), controllo che non spuntino peli dal naso. Mi lavo i denti e mi butto sotto la doccia, dove friziono con attenzione tutta la superficie del corpo.</p>
<p>Dopo essermi asciugato mi applico il deodorante e il profumo, quindi mi incollo i capelli al cranio con la cera, tirandoli indietro.</p>
<p>Mi vesto, metto gli occhiali e sono pronto.</p>
<p>Pronto per cosa? In verità, sarei pronto per spogliarmi e tornare a letto per dormire.</p>
<p>Ma la giornata è appena cominciata, cazzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riccardo Novellone</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=165518</p>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; ALICE</title>
		<link>http://www.ziqqurat.eu/2013/09/09/racconti-brevi-alice/</link>
		<comments>http://www.ziqqurat.eu/2013/09/09/racconti-brevi-alice/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2013 06:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[bambina]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[ALICE di Antonio Capra   Alice era una bambina bellissima. La perfetta miniatura di sua madre. Una cascata di mossi capelli castano scuro, con limpidi riflessi del colore del grano, così voluminosi da formare, a seconda di come sua madre decideva di acconciarla, una naturale onda ribelle che le accarezzava il viso prima da un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="wp-image-21681 alignnone" title="Fiori 3" src="/wp-content/uploads/2013/09/Fiori-3.jpg" alt="" width="426" height="180" /></p>
<address><span style="text-decoration: underline;"><strong>ALICE</strong></span></address>
<address><strong></strong>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<address>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice era una bambina bellissima. La perfetta miniatura di sua madre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una cascata di mossi capelli castano scuro, con limpidi riflessi del colore del grano, così voluminosi da formare, a seconda di come sua madre decideva di acconciarla, una naturale onda ribelle che le accarezzava il viso prima da un lato, poi dall’altro. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come la cioccolata quando avvolge una fragola, protettiva ed invitante. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>C’era davvero una strana connessione tra le due. Ad Alice infatti piaceva da matti riprodurne ogni gesto e movimento, soprattutto quando entrambe si preparavano in bagno prima di uscire. Io le osservavo da lontano, dal divano in salotto, attraverso quella lingua di spazio vuoto tra l’angolo della casa, dove partiva il corridoio che portava alle camere ed alla porta del bagno. Amavo quegli istanti sospesi, in cui mi sentivo pieno e fiero di essere stato in grado di ottenere tutto quello che stavo ammirando, faticando a credere che fosse davvero tutto mio. Che avessi potuto entrare in quel bagno dalle mattonelle rosa, le rane giocattolo, la radio in plastica in stile anni 60 e poterle stringere a me. Dire loro quanto le amassi, senza pensare nemmeno un istante, a chi sarei potuto essere in quell’esatto momento, in un mondo parallelo, se non fossero mai esistite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi ricordo i giorni in cui Alice ancora non era arrivata con la sua candida esuberanza ed io e la madre fantasticavamo di viaggi ed avventure e romantiche passeggiate su crinali di mondi che ci eravamo promessi di esplorare. Eravamo ignari che Alice sarebbe arrivata così, all’improvviso. Come un fulmine a ciel sereno, di quelli che non ti spaventano, ma invece ti affascinano. Perché puoi ammirarli da lontano in tutto il loro splendore naturale. Alice era proprio come un fulmine. Uno schianto portentoso, che spezza una di quelle giornate dove non capita nulla di degno da dover ricordare. Per questo, meravigliosa. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eccole li. Riesco a vederle ancora nitidamente, come se avessi in mano una di quelle foto che si riesce a scattare al momento giusto, senza essere visti e che catturano quella naturalezza della quotidianità che rende bella anche una comune colazione al mattino. Entrambe sedute vicino al lavabo in bagno, a maneggiare trucchi, creme, spazzole e profumi. A rendersi ancora più profumate ed attraenti, di quanto non lo fossero già naturalmente. Ovviamente Alice era troppo piccola e non le permettevamo di truccarsi davvero. Le lasciavamo usare tutto, a patto che restasse ben chiuso. A lei questo non interessava. Per lei, il semplice potersi sedere in braccio alla madre, facendo finta di agghindarsi in sua compagnia era già abbastanza. Alice era fatta così. Non chiedeva mai niente, mai un giocattolo nè una bambola. Non aveva mai pianto per un gelato, nè fatto i capricci per una caramella. Alice accoglieva serena ciò che le veniva donato. Noi, come tutte le coppie di giovani genitori alle prime armi, la coccolavamo e riempivamo ovviamente di regali, ma sembrava che le bastasse semplicemente il nostro amore. E questa era la cosa più straordinaria che potesse capitarci, perchè era lei ad insegnarci quanto fossero importanti le piccole cose. Anche questo dono era una caratteristica ricevuta dalla madre. La donna che mi aveva insegnato ad amare con la sua dolcezza, con la sua tenacia nel donarmi affetto, anche quando non lo meritavo, con la sua insaziabile voglia di prendersi cura di me, quasi a volersi sdebitare per quei pochi pallidi segnali d’amore che io faticavo a dispensare. Questo era il mio peggior difetto. Amavo quella donna più di me stesso, perchè mi aveva insegnato a saper guardare col cuore e non con l’esperienza dei propri fallimenti. Accompagnandomi, passo dopo passo, nel difficile percorso dell’aprire la propria anima a qualcuno. Ma qualcosa di sbagliato in me mi frenava sistematicamente dal ripetergli costantemente quanto fosse per me indispensabile. Quando me ne accorgevo, cercavo di recuperare inventandomi eclatanti scenografie costruite maldestramente con luoghi magici, una degna rasatura e tutta l’onestà che potessi offrire nel descriverle i miei sentimenti. Nonostante ce la mettessi tutta, restavo comunque un passo indietro rispetto a lei. Perchè aveva quella luce dentro impossibile da replicare.  Ed in questi casi non puoi far altro che ritenerti un bastardo fortunato, lasciarti bagnare dai suoi raggi e continuare a correrle dietro di gusto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice era sbocciata come una bellissima rosa nel nostro piccolo orto. Non l’avevamo cercata e non ci eravamo nemmeno chiesti quale potesse essere il momento giusto per rendere affollata la nostra tenda. Proprio per questo, quando invece lei arrivò, facendo capolino tra le nostre due vite, non ci fu esitazione. Ma solo immenso amore nel salutarla. Fu proprio quello il primo regalo che la piccolina ci donò: renderci consapevoli che il nostro amore speciale potesse creare ulteriore magia. Il vero panico, stranamente, arrivò con la scelta del nome. Ricordo che passammo intere settimane a cercarlo, perchè volevamo essere sicuri di non scegliere qualcosa di banale, ma nemmeno di troppo esotico. Studiammo interi libri sul significato dei nomi, sulle caratteristiche caratteriali ad essi legati, considerammo addirittura tutti i nomi dei personaggi storici che ci avevano sempre appassionato. Poi, come per tutte le cose che ci venivano bene, il caso oppure il destino, decise per noi. Era un pomeriggio durante il quale avevamo deliberatamente scelto di abbandonarci alla rilassatezza di un letto e qualcosa ci riportò a giocare con un nome in particolare, quel nome. Per qualche misterioso motivo, il modo stesso con cui lei iniziò a pronunciarlo, il movimento delle sue labbra nel scandirlo, il suono della sua voce immaginando di chiamare nostra figlia da una stanza all’altra, mi catapultò in un tenero universo fatto di sorrisi senza denti, canzoncine per farla addormentare, parole bisbigliate e amore silenzioso sul divano per non farla svegliare, letterine di natale e qualche tenero capriccio. Cancellando in me ogni dubbio, se non legato al mio essere realmente in grado di proteggerla nel presentarle il mondo. Ho sempre amato il modo in cui entrambi i nomi delle mie meraviglie suonassero insieme. Sembravano fatti apposta per essere evocati uno con l’altro ed io adoravo ogni istante in cui dovevo chiamarle, magari per uscire per una passeggiata o semplicemente perchè eravamo in ritardo per raggiungere chissà quale meta. Ho amato ogni singolo atomo di entrambe, ogni singolo attimo della mia esistenza insieme a loro. E so con certezza di essere stato destinato da sempre ad entrambe. Certe sensazioni, certe emozioni, possono manifestarsi soltanto una volta nell’esistenza di un individuo. Perchè uniche. Come lo erano loro due.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho giocato ogni giorno con Alice. Abbiamo creato quadri in pastello dalla bellezza sconvolgente, a tal punto che un giorno un tizio ci ha offerto addirittura dei fiori per accaparrarsene uno. Noi ovviamente abbiamo accettato, perchè Alice ha sempre amato i fiori. Spesso andavamo a fare dei picnic in un parco a circa un’ora di macchina dalla città. Sigurtà, era quello il suo nome. Un gigantesco giardino botanico, con prati immensi, distese di fiori di ogni genere, laghetti e anche un vero labirinto di fitte siepi alte. Io e sua madre ci andavamo spesso prima che Alice nascesse ed abbiamo continuato portandoci anche lei. Ridevamo di gusto quando la piccolina non riusciva a scandirlo bene. “Siguà…Sihutah…Siruà”. Piccola dolce Alice. Ogni volta era un festa: durante ogni visita, lei correva come impazzita tra i fiori, volendoci a tutti costi mostrare ogni loro singola variante, restava elettrizzata dallo scovare qualche carpa nuotare negli stagni oppure si intimoriva nel non riuscire a trovare l’uscita dal labirinto. Dove sistematicamente, in tre, ci perdevamo ogni volta per una buona mezz’ora.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Abbiamo costruito vere casette in legno per le bambole, così come un accampamento indiano nel bel mezzo del salotto di casa, realizzato spostando verso l’esterno della stanza il divano, le due poltrone in ecopelle ed il tavolino in cristallo, per poi truccarci a dovere come solo un vero Sioux sa fare prima di danzare per la pioggia. Una volta, durante una di queste danze tribali, sono inciampato cadendo rovinosamente sulla tenda fatta con una scopa ed un vecchio lenzuolo. Alice arrestò la sua danza solo per un attimo, per rimproverarmi di aver spaventato la pioggia con tutto quel baccano e poi continuare con la madre a saltellare in tondo, prendendomi in giro per non essere in grado di ballare. Con Alice ho anche imparato, da adulto, a non aver paura degli animali, paura che avevo sin da bambino. Adottammo un gattino, trovato durante una delle tante gite in montagna che ci concedevamo nel weekend. Stavamo passeggiando lungo i vicoli di questo borgo medioevale, quando questo cucciolo di micio iniziò a seguirci, probabilmente perchè affamato, oltre che curioso. Alice immediatamente lo accolse con innata naturalezza, mentre io già ero salito su montagne russe mentali fatte di malattie, graffi e chissà quale altra catastrofe immaginaria.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Papà, vieni ad accarezzare Tigre!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Principessa, è un gatto randagio…stai attenta!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Papà, hai visto quanto è piccolo?! Devo io stare attenta a non fargli male!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Beh…però fai lo stesso attenzione, ok?!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Possiamo portarlo a casa? A casa gli darei la pappa ogni giorno, quando mangio anche io!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sua madre si piegò per accarezzarlo e quello fu il momento in cui Tigre divenne il nostro gatto. Entrambe mi insegnarono a capire i suoi segnali e le sue necessità e mentre io mi prendevo cura sia di Alice che del gatto, Alice si prendeva cura del gatto. E di me.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando le due modelle si sedevano davanti lo specchio nel bagno, Tigre faceva da guardiano tenendole compagnia appollaiato sul davanzale della finestra vicino la doccia. Alice, si fingeva truccata alla perfezione con un rossetto tenuto ben chiuso nella sua confezione dalla madre e rivolgendosi al felino, intavolava immaginarie discussioni fatte di complimenti, pareri e qualche ritocchino consigliati dal gatto stesso. Durante questi scambi surreali, dopo ogni botta e risposta, la piccolina lanciava uno sguardo verso sua madre, per ottenere consenso o semplice appoggio. Accorgendosi della cosa, anche la madre iniziava a conversare con il gatto, raggiungendo sempre un accordo sul come Alice dovesse procedere col trucco. A volte, quando gustarmi questi siparietti non mi bastava, entravo anche io in bagno, il più delle volte per stuzzicarle con pareri controcorrente e per avvalorare le mie tesi strampalate sul come una donna dovrebbe truccarsi, prendevo qualche matita ed mostravo le mie teorie su me stesso, truccandomi sul serio, nello stupore dei presenti. Gatto compreso. Sentirle ridere di gusto mi riempiva l’anima e mi sentivo in grado di poter restituire anche solo pochi attimi di quella stessa felicità e divertimento che loro mi concedevano ogni giorno. Prima di uscire, era Alice stessa a struccarmi con le sue piccole mani sporche di crema e residui di matita e pigmenti che prima rendevano ridicolo il mio viso. Io mi truccavo proprio per permetterle di sporcarsi seriamente ed ogni volta ero contento di essermi reso temporaneamente un clown anche agli occhi della madre, adorando il modo in cui lei stessa cavalcasse questo nostro giocare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora Alice è grande, ma ogni tanto con sua madre, ci concediamo ancora qualche gita, così come le nostre passeggiate al parco Sigurtà. Negli anni abbiamo organizzato anche qualche viaggio più lungo e ogni tanto facciamo ancora finta di truccarci tutti insieme, come se fossimo ancora tutti in quel bagno pieni di quel nostro amore unico. Amo le mie due meraviglie come fosse il primo giorno. Certe cose sono talmente speciali, dall’essere immutabili ed immortali.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questa è una storia a lieto fine. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Perchè frutto di pura immaginazione, per un immaginario futuro. Uno di quei tanti possibili scenari, dove possiamo essere protagonisti diversi a seconda di quali scelte prendiamo nel presente. Oggi, in questo mondo parallelo, Alice e sua madre non sono mai esistite.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ci sono solo io. Su un barcone incagliato nel bel mezzo di una Milano deserta e ricoperta di neve, che mi riscaldo l’anima suonando la chitarra per un paio di occhi scuri ed una cascata di mossi capelli castano scuro incrociati per caso.  Pronto e senza esitazioni ad accogliere ciò che ancora deve arrivare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fine.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Antonio Capra</em></p>
</address>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; CÈLINE</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 13:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Cèline]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
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		<description><![CDATA[CÈLINE di Antonio Capra . La bellezza è una cosa oggettiva. Questa è una regola che tutti devono sapere. Nessun uomo, degno di tale nome, può permettersi di ignorare questa cinica verità. Perchè comporta delle responsabilità. E farsi accompagnare dalla donna più bella mai nata sul pianeta è la maggiore di tutte. Questo era Cèline. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: justify;"><strong style="font-style: normal;"><strong>C</strong>ÈLINE</strong></address>
<address>di Antonio Capra</address>
<address><span style="color: #ffffff;">.</span></address>
<p style="text-align: justify;">La bellezza è una cosa oggettiva. Questa è una regola che tutti devono sapere. Nessun uomo, degno di tale nome, può permettersi di ignorare questa cinica verità. Perchè comporta delle responsabilità. E farsi accompagnare dalla donna più bella mai nata sul pianeta è la maggiore di tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo era Cèline. Un autentico dono della natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Io di certo lo sapevo e questo non faceva altro che accrescere, in uno strano gioco di contrasti, le mie ansie da prestazione ed il mio sentirmi finalmente realizzato. Se sei stato così sfacciatamente fortunato da essere scelto da una donna del genere, di certo non significa che ti andrà bene per tutta la vita. Soprattutto se, come il sottoscritto, hai delle lacune fisiche così evidenti da portarti ad approcciare alla vita con una perenne propensione al chiedere scusa per tutto. Fortuna compresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Cèline non era mia moglie. Non lo è mai stata. I matrimoni sono fatti per chi ha troppa paura di perdere, per chi vuole dimenticare il gusto di guadagnarsi un sorriso, chi è abituato ad assicurare i propri desideri con un bel contratto firmato. Io invece delle garanzie non mi sono mai fidato. Mi definisco un fatalista. E poi siamo onesti, lei, con uno come me, non si sarebbe mai lasciata incastrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Definirla bellissima sarebbe stata una patetica ovvietà, un passo troppo falso anche per il latin lover più inesperto. Ed io, ciò che sono diventato, di certo non l&#8217;ho costruito cavalcando destrieri ammaestrati lungo strade già battute. Io sono un lottatore, uno che ha messo al tappeto il proprio destino e guardandolo negli occhi gli ha detto: &#8220;<em>A chi diavolo vuoi fregare?! Tu resta qui, che io ho altri progetti</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Forse è stato questo a convincerla che non ero il solito adulatore dalle tasche piene di soldi e promesse frivole, che le ronzavano intorno incessantemente. Capì subito che io non avrei mai nemmeno cercato di scheggiare il suo universo con regali costosi e volgari, suite e viaggi pomposi, sesso maldestro e volgare. Intese, invece, che io non avrei potuto offrirle nient&#8217;altro che me stesso. La mia verità assoluta, offerta incoscientemente senza nemmeno pacco regalo. Pura e brutale onestà. Brutale, come me.</p>
<p style="text-align: justify;">Incluso nel pacchetto, tuttavia, un piccolissimo dettaglio. Quello che tutti gli altri, offuscati dall&#8217;arrogante certezza di averla in pugno sfoggiando inutili imperi economici, avevano sbadatamente omesso: la promessa di conquistarla ogni giorno. Con una donna del genere, il peggior delitto è porla al livello di tutte le altre. Trattarla come se non fosse una magnifica eccezione. Etichettarla come un ennesimo tassello di una piatta quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Cèline. Capelli chiarissimi, dai quali in qualsiasi stagione rifletteva un sole estivo, tenuti corti ad enfatizzare un profilo morbido ed etereo. Sinuosa e leggera nei movimenti, ma altrettanto forte e fiera come una sinfonia di onde di un oceano in tempesta, capace di farti scivolare incolume verso calmi orizzonti o spazzarti via in un solo gesto. Oceano, che una volta calmo, ritrovavo nei suoi occhi chiari e limpidi, specchi lucidi di un&#8217;anima inquieta. Anche questo amavo di lei. Il suo sentirsi sempre fuori posto, ma non lasciarlo mai a vedere, grazie ad una corazza indistruttibile fatta di silenzi enigmatici e sguardi malinconici. Il suo essere straordinaria andava ovviamente ben oltre il suo aspetto fisico. La sua intelligenza e profondità di pensiero, spesso mi portavano al chiederle quante esistenze avesse vissuto prima di incontrarmi. E lei mi rispondeva, lasciandomi senza fiato, sempre con queste parole:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Non chiedermi chi sono stata. Accompagnami verso ciò che potrò essere.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, con una pausa che per me durava millenni, aggiungeva sorridendo prendendomi la mano:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Con te</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Ed io, immobile, senza fiato ma pieno di vita, sistematicamente pensavo a quanto la fortuna possa essere a volte più che sfacciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che più amavo dello stare con lei erano i risvegli. I primi raggi di pallidi soli mattutini si facevano breccia attraverso le fessure della persiana semichiusa della finestra e ci illuminavano in silenzio, facendo chiarezza sui nostri sogni illogici e pieni di desideri. La sveglia era sempre settata su una radio locale, che trasmetteva musica jazz. Lei amava il jazz ed io amavo il modo in cui si riempiva di questo amore. Sdraiato sul letto, le note soffuse accompagnavano il mio sguardo sulle sue linee candide, per poi abbandonarmi in una dolce solitudine nel guardarla dormire. Restavo sempre stupito da come sembrava che la musica l&#8217;accarezzasse, un po&#8217; come avrei voluto fare io, cullandola piano in un dolce abbraccio protettivo contro il mondo esterno. Ero da tempo abituato a svegliarmi naturalmente qualche minuto prima che si attivasse la sveglia. Come se il mio stesso corpo fosse consapevole del miracolo a cui ero tenuto ad assistere. Avvolta nelle coperte, era spesso delicatamente contrastata dai due cuscini, che le sollevavano il volto in una posizione apparentemente innaturale. Il più grande le premeva leggermente la guancia sinistra, cosi da farle abbozzare un&#8217;involontaria smorfia, che sistematicamente mi portava a sorridere. Una spalla nuda e perlacea spuntava dal piumone, tuffandosi poi nel mare dei suoi capelli arruffati. Mi esplodeva il cuore ogni volta, sintomo benigno dell&#8217;essere felice che fosse lì con me. Si sarebbe svegliata dopo un po&#8217;, accennando forse anche lei un sorriso nel vedermi. L&#8217;avrei baciata sul collo e sulla guancia. Si sarebbe arrampicata su di me, caldissima, in modo così dolce e sensuale, da farmi rimpiangere di non averla svegliata prima.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Buongiorno</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Mmmm&#8230;ciao&#8230;</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;istinto mi suggeriva sistematicamente di stringerla fortissimo. E&#8217; strano come a volte, la passione si trasformi in leggera violenza. Non basta baciare, sfiorare, sentirsi vicino. Ci sono situazioni in cui non ci si sazia del semplice avere un contatto, ma viene voglia di sfogare quell&#8217;amore in qualcosa di esplosivo, qualcosa che ci lasci un po&#8217; più che soddisfatti. Sentire sulla pelle quella passione che non ti fa ragionare, che annienta tutto ciò che ruota intorno, quando ci si strofina delicatamente contro avvolgendosi tra le coperte. Fare l’amore era un viaggio di sola andata verso orizzonti sensoriali inesplorati, il cavalcare tornado di emozioni indissolubili ed inarrestabili. Era così. Tutte le volte che univamo i nostri corpi ai nostri spiriti. Eravamo unici. Invincibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ricordo di una domenica mattina. Svegli da poco e senza nessuna voglia di alzarci. Eravamo entrambi di una pigrizia da guinnes dei primati. A volte si passava più tempo a decidere chi dei due dovesse alzarsi per preparare il caffè, che per fare l&#8217;intera colazione. Amavo quei momenti. Erano una sorta di giocosi litigi, una gara a chi la sparasse più grossa per avere la meglio. Alla fine a perdere il più delle volte ero io, forse più in modo volontario che altro. Lo consideravo un regalo che facevo a me stesso. Perché ritornare a letto e baciarla sussurrandole che la colazione era pronta, per me, era linfa mattutina. Lei riusciva addirittura a riaddormentarsi profondamente mentre io preparavo la moka, riscaldavo il latte ed imbandivo la tavola di tutto ciò che potesse servire per regalarle, con quel poco che avevo in cucina, una colazione da regina. Ed impazzivo quando brontolava di aver ancora sonno, nel modo più sexy ch&#8217;io avessi mai visto fin prima di conoscerla. Tutto questo mi regalava buon umore, anche se fuori c&#8217;era la solita ruvida e grigia città.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte si decideva di restare tutto il giorno a letto. Giornate piene di noi stessi, unici padroni del tempo e dello spazio. Registi delle nostre sensazioni. Stilisti delle nostre stesse anime. Altre invece, ci inventavamo commissioni urgenti, itinerari di shopping senza nemmeno un centesimo da spendere, pranzi da dover preparare. Il tutto solo per avere un motivo per alzarsi, ammonendoci contemporaneamente sullo spreco di tempo intrinseco al poltrire tutto il giorno. Indipendentemente dal tipo di giornata che avremmo deciso di passare, ogni volta, con Cèline era una nuova avventura.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quella mattina persi la mia tenera guerra per la colazione, ma con un sorriso beffardo mi alzai comunque dal letto, già pregustando il regalo che avrei trovato al ritorno. Uscendo dalla camera la sentii brontolare, pronta a riaddormentarsi. In cucina, le stoviglie ancora da lavare dalla sera prima erano lì ad aspettarmi. A volte capitava di non pulire tutto subito, soprattutto se si decideva di abbandonarci al flusso delle nostre esigenze. Avevamo, infatti, cenato in casa, per poi decidere di vedere un film. Una commedia romantica, debitamente spalmati l&#8217;uno contro l&#8217;altro sul divano, evidentemente ancora affamati di calore immediato. Piatti e moka avrebbero quindi aspettato. Il fuoco basso, che usciva scoppiettante dal fornello, graffiava il silenzio al contatto con le gocce di acqua che trasbordavano dalla moka un po&#8217; difettosa, un po&#8217; chiusa male, mentre io imbandivo la tavola con tovagliette, tazze colorate e tutto il necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai che lei avrebbe gradito un po&#8217; di pane tostato con la marmellata, così accesi il tostapane che, dopo trenta secondi, già iniziò ad emanare quel tipico odore di aria bruciata. Probabilmente qualche vecchio residuo di toast non ancora carbonizzato del tutto. Il caffè uscì in modo fragoroso. Quella moka rappresentava ancora un mistero, perché nonostante la usassi da più di un anno ed indipendentemente dal vigore con cui la si potesse stringere, il caffè riusciva comunque a superare il valico dalla guarnizione, per poi scorrere ai lati ed inondare la cucina. Però aveva sempre un ottimo sapore. Forse per questo non mi ero ancora sbarazzato di quel vecchio aggeggio difettoso. Oppure perché, probabilmente, mi ricordava casa. Versai il caffè nelle due tazze, rischiando per entrambe quasi di oltrepassare l&#8217;orlo aggiungendo del latte freddo. Tutto era pronto. Non mi restava che tornare in camera e rituffarmi in quel mare di labbra e braccia e capelli. Mi lavai velocemente le mani, sporche di residui di marmellata, lanciandomi quindi verso la camera compiaciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">In quei pochi secondi pensai al modo migliore per svegliarla. Se farlo rapidamente, saltandole addosso e baciandola in fretta. Oppure avvicinarmi lentamente, sussurrandole all&#8217;orecchio quanto fosse bella, per poi aspettare di immergermi nella sua morbidezza. Nel varcare la soglia mi concessi ancora un secondo per decidere, anche se sapevo di aver già scelto la seconda opzione. Ma le opzioni erano svanite. Così come i vestiti sparsi per terra. Erano svanite le sue scarpe da ginnastica, le lenzuola ed il piumone avvolto sul suo corpo. Era svanito il suo profumo ed il suo respiro. Era rimasto il mio letto, una coperta dimessa, in parte finita per terra. Un solo cuscino. Sul comodino un romanzo con i miei occhiali usati come segnalibro. La bottiglia d&#8217;acqua, che le avevo visto riempire al rubinetto la sera prima, ai piedi del letto. Vuota. L&#8217;intera stanza, piena della sua assenza.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Cèline?</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Girai su me stesso un paio di volte nella stanza. Cercando una logica nell&#8217;illogico. Un senso per l&#8217;inspiegabile. Mi guardavo intorno in cerca di una soluzione ad uno scherzo riuscito evidentemente piuttosto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Cèline?</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">Non avrebbe avuto il tempo materiale per riordinare tutto, sbarazzarsi delle sue cose e nascondersi. Dove poi? In una stanza in cui l&#8217;unico nascondiglio era l&#8217;armadio a quattro ante che, tuttavia, avevo già controllato. Tutto era vuoto. E silenzioso.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Cèline!</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, di colpo, tutto mi fu chiaro. Sorrisi. Mentre il cuore aveva appena deciso di prendersi una vacanza. Erano semplicemente passati trent&#8217;anni. Io ero vecchio e quando capita di diventare vecchi, capita anche di dimenticarsi qualcosa. A volte, anche le cose più importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile trovare qualcuno che ti corrisponda senza voler qualcosa in cambio. Io l&#8217;avevo trovato. I perché si dimenticano, se non si fa nulla per ricordarli. I baci sul suo collo  erano i miei giusti perché. Ed io mi ero impegnato per meritarmeli ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai esitato con Cèline. Sin dal primo istante. Perché le mie iridi si espandevano al suo  solo passaggio. Lei illuminava le mie notti, che altrimenti sarebbero state profondamente buie. Anche se dicesse lo stesso di me, io mi sono sempre sentito in difetto. Perché, l&#8217;ho già detto, Cèline era un dono della natura. Ed io, fino all’istante prima di conoscerla non avevo fatto niente per meritarlo. Ma non ho nulla da temere. Non ho nessun rimpianto. Perché so di averle dato tutto ciò che meritava. E la conferma sta nel fatto di averla avuta accanto per tutta la vita. Ci siamo amati fino allo sfinimento, io e Cèline. Senza limiti, senza risparmi, senza contare i passi che ci avrebbero portati, insieme, così lontani l&#8217;uno dall&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa freddo questa mattina. La solita fottuta umidità delle domeniche invernali, che permea le ossa, inonda l&#8217;anima e lascia naufragare i respiri. Non c&#8217;è tanta gente in giro. In molti avranno desistito guardando dalle proprie finestre, ricattati dal caldo dei propri radiatori e dalla tipica pigrizia che ti prende al collo appena prima che finisca il weekend. Forse è un caso, ma oggi è proprio Domenica.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono mai stato pigro con Cèline. Ed anche se ci avessi provato, lei non me lo avrebbe permesso. Ed allora eccomi qui, elegante, pettinato e profumato come sempre. Le è sempre piaciuta la fragranza del mio profumo ed io, di riflesso, non l&#8217;ho più cambiata per trent&#8217;anni. Unica libertà che mi sono concesso ultimamente è stata lasciami crescere una leggera barba incolta. La mia pelle è diventata troppo ruvida e radermi ogni mattina è diventato un problema. Confesso che preferisco concedermi una trentina di minuti in più di torpore nel letto, piuttosto che dover gestire nuovi rigoli di sangue disegnati sul mio collo da un incurante rasoio usa e getta. Sono certo, tuttavia, che a lei piaccia questo cambio di look, come i nuovi fiori che le ho regalato al mio arrivo. Prima di arrivare al nostro appuntamento, ho chiesto al fioraio qualcosa di diverso. Non conosco nessuna delle varietà presenti nel bouquet, ma la composizione è molto colorata e profumata. Mi piace. Oggi ero in vena di sorprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Come quella volta che le organizzai una gita in mongolfiera. Fui bravissimo a nasconderle tutti i preparativi, le ricevute di pagamento, il giro di prova per accertarmi che tutto fosse gestito al meglio. Fui meno bravo nell’informarmi se lei soffrisse o meno di vertigini. Cosa che scoprii solo dopo che la mongolfiera librava nell’aria già ad una decina di metri dal suolo. Quando le slacciai il nastro dagli occhi, opportunamente legato una volta seduti in macchina prima di partire, lei emise un urlo dall’incredibile potenza. Talmente forte, che per i primi secondi, non feci caso al suo spavento, ma piuttosto al come fosse possibile che da una donna così esile potesse esplodere un urlo così potente. Lei si accovacciò immediatamente all’interno del cesto e confesso che inizialmente non fu facile convincerla a rialzarsi. Passammo la successiva ora abbracciati, con la sua testa conficcata nel mio petto. Consapevole che non l’avrei abbandonata, nonostante la sua paura, aveva lo stesso deciso di non rovinare la sorpresa e completare il volo con me. Una volta ritornati a terra, mi guardò in silenzio con occhi sorridenti e pieni di lacrime. Questa era Cèline.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra quasi che l’umidità sia sparita. Questi ricordi mi hanno riscaldato il cuore, pieno dell’amore per la mia metà lontana. Non passa giorno senza che mi manchi. Non c&#8217;è giorno che io non stia con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Buongiorno amore mio. Ieri hanno dato alla tv il nostro film preferito. Come il mio profumo e questi nuovi fiori, avremo goduto nel rivederlo insieme. Che bello sarebbe stato guardarti piangere sul finale. Mi nutrivo di quella tenerezza, come se fosse aria da respirare</em>.” gli dico senza aprir bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il freddo ritorna improvvisamente ed assetato di vita. Quella che ora sgorga dai miei occhi e solca il mio viso, mentre osservo la sua foto su questa pietra. Ho sbagliato a scegliere il cappotto, perché non mi ripara affatto dal vento gelido. Che forse mi nasce dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Scusa amore mio, meglio se torno a casa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho la schiena a pezzi e le gambe a stento mi reggono.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma non dubitare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domani, tornerò.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; LA CUCINA</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 10:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA CUCINA  di Antonio Capra   Mia madre era in cucina. La sentivo piangere in silenzio, mentre si fingeva indaffarata tra i fornelli. Sforzandosi di trattenere le lacrime, cercava di domare il fuoco che dal cuore divampava bruciandole corpo e anima. La telefonata era arrivata un paio d&#8217;ore prima, non oltre. Avevo risposto io. Come [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address><span style="text-decoration: underline;"><strong>LA CUCINA</strong></span><strong style="font-style: normal;"> </strong></address>
<address>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<address>
<p style="text-align: justify;">Mia madre era in cucina. La sentivo piangere in silenzio, mentre si fingeva indaffarata tra i fornelli. Sforzandosi di trattenere le lacrime, cercava di domare il fuoco che dal cuore divampava bruciandole corpo e anima.</p>
<p style="text-align: justify;">La telefonata era arrivata un paio d&#8217;ore prima, non oltre.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo risposto io. Come sempre. Perché a casa c’era questo tacito accordo con i miei genitori, su chi avrebbe dovuto rispondere al telefono. Non ricordo né il perché, nè da quando questa storia fosse iniziata. Probabilmente da bambino. Perché, come ogni bambino, avevo fretta di parlare al mondo. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi che non ci sarebbe stato nulla di piacevole nel conoscerlo e che, una volta stretta la sua mano, avrei passato il resto della vita nel cercare invano di togliermi il fango da falangi e palmo. I genitori dovrebbero servire a questo, a proteggerti dallo sporco di cui ti macchia l&#8217;esistenza. Ma è evidente che gli adulti ne hanno addosso talmente tanto, che nemmeno lo riconoscono più. Anche quando un bambino, come lo ero io, smette di splendere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altra parte della cornetta, mio padre sembrava sereno. La sua voce risultava asciutta da qualsiasi rumore di sottofondo. Mi aveva salutato dicendo di chiamare dalla hall dell&#8217;aeroporto, ma una voce senza riverbero te la regala solo una camera d’albergo tappezzata in moquette.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei potuto passare la cornetta a mia madre, lasciare che i due si mentissero a vicenda, ma decisi invece di sfidarlo a chi fosse più bravo a piazzare un bluff.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi parlò della pioggia ininterrotta da giorni, dei problemi di lavoro che “è inutile spiegarti, è troppo complicato”. L’unica cosa da capire era che l&#8217;aereo da Parigi sarebbe atterrato in perfetto orario, ma senza lui dentro. Che, di nuovo, avrebbe deciso di non partire, di rinunciare, di deludere, di ferire.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano oramai settimane che mio padre non tornava a casa, ogni volta lanciando sul piatto un all-in fatto di scuse patetiche dalle motivazioni scontate. Una partita in cui mai nessuno avrebbe avuto mano migliore della sua, perché lui giocava solo con le sue regole.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordati, dai tutto te stesso a chiunque. Ma resta indipendente. Ama, vivi, ma assicurati di non tradire mai te stesso” questo è quello che mi ripeteva sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti a casa sapevano, ma l&#8217;argomento era stato implicitamente etichettato come tabù. Mio padre aveva un&#8217;altra donna da mesi oramai e più passava il tempo e più diventava spudorato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante vedessi gli effetti su mia madre, paradossalmente ammiravo la sua arroganza, la sicurezza di sé, ostentata senza esitazione. Ai tempi ero troppo piccolo per capirci qualcosa di doveri familiari, promesse e amore. Consideravo mio padre un eroe cazzuto, capace di prendersi quello che voleva senza dar conto a nessuno, desiderando di crescere duro come lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Da piccoli, abbiamo tutti dei miti basati su stupide idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era sempre stato così. C&#8217;era stato un tempo in cui tutti eravamo allegri. Roba da parco la domenica mattina, con un pallone oppure un frisbee e mia madre che si occupava di preparare i panini per il pranzo. Passavamo intere giornate sul prato, con lei che, una volta ripulito tutto, iniziava a leggere i suoi libri di poesia. Amava la poesia e trattava i suoi libri con una delicatezza quasi maniacale.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le poesie sono emozioni regalate all&#8217;eternità&#8221; diceva sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagino che l&#8217;idea stessa di poter provare qualcosa per sempre, senza esser consumato dal tempo e dalla vita stessa, fosse ciò che più amasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre invece era un inesauribile compagno di giochi. Tornavamo a casa sempre sfiniti, perché dal primo all&#8217;ultimo minuto era un continuo correre, saltare, calciare, lanciare. Me lo ricordo sorridente. Ma non saprei dire se fosse per lo stare con me oppure per il semplice giocare di nuovo da adulto.  Un giorno poi, il lavoro è d&#8217;improvviso diventato il protagonista indiscusso del suo tempo. E noi automaticamente semplici comparse.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che cambiasse rotta, era sempre stato una figura presente nel nucleo familiare. Ma, contemporaneamente,  anche uno di quelli che camminano per strada squadrando ogni singola fica che gli passasse accanto. Anche se con me di fianco, che puntualmente lo rimproveravo ricordandogli di essere un uomo sposato, ma lui se ne fregava, rispondendomi sempre con un inutile sorriso sbruffone. La cosa mi infastidiva non tanto per l&#8217;atteggiamento, ma perché non riuscivo ad accettare il fatto che non dedicasse la medesima attenzione a mia madre, che invece le era completamente devota.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che sono adulto, ammetto di farlo anch&#8217;io. Nonostante tutto, dopo tutti questi anni, un po&#8217; lo giustifico. Perché comprendo la difficoltà per un uomo a camminare per strada ai primi accenni di caldo primaverile. Quando inizia la passerella di gonne e cosce e tette e colli sudati e a te sembra di  essere in una fottuta giungla di piante carnivore, che tutte colorate sbocciano all&#8217;improvviso per attirarti e poi fotterti in un boccone.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che, nella realtà, le donne che incontro sono, si, tutte colorate. Ma chi vuole fottere qualcuno in un sol boccone non sono certo loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra quasi di essere in battaglia, perché il risultato è un automatico dover stare sempre in allerta. Di non farti beccare né da chi spii, né dalla tua donna. Ammesso che tu ce l&#8217;abbia, ovvio. Forse è per questo che ho sempre detto di non volermi sposare. Per non rendermi conto, un giorno, di essere diventato un bugiardo coronico. Per non tradire nessuno. In fondo, per non ricordare casa mia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Tua madre è li?&#8221; mi chiese.</p>
<p style="text-align: justify;">Attesi qualche secondo. Era stata una giornata piacevole. Tornando da scuola, eravamo andati insieme a fare la spesa e ci eravamo divertiti ad inventare ricette surreali con qualsiasi cosa catturasse la nostra attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le spugnette da cucina in brodo di ricariche della lavatrice era stata la mia entrata d&#8217;effetto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si sta facendo una doccia&#8221; risposi, mentre mia madre chiedeva bisbigliando chi fosse al telefono.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dille che ho chiamato, per favore&#8221; chiese lui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Perché non la richiami questa sera?&#8221; contrattaccai io.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non so a che ora finirò di lavorare, sai dovevam…&#8221; vacillando, lui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non serve. E&#8217; tutto ok&#8221; interrompendo, io.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Cosa non serve?&#8221; sbottando, lui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mentire anche a me. Le dirò che hai chiamato&#8221; conclusi io.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;E questo cosa significa, scusa?&#8221; infastidito lui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Buona serata, papà&#8221; interruppi io.</p>
<p style="text-align: justify;">Riattaccando il telefono, notai che la mano mi tremava come mai prima.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Era papà. Ha avuto un problema al lavoro. Resta via ancora un paio di giorni. Ti manda un bacio&#8221; le recitai.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei mi accarezzò sorridendo. I suoi occhi mi ringraziarono, perché spazio per le parole, in quel momento, non era concesso. Andò a rifugiarsi in cucina, suo territorio, suo rifugio in situazioni del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mia madre aveva, come sempre, accettato in silenzio tutto. Si era da anni abituata a non alzare la voce, a non avanzare pretese,  a non chiedere i perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Era da sempre stata una donna devota alla speranza, che le persone potessero rendersi conto dei propri errori. Ed addirittura cambiare. Nell&#8217;interminabile attesa che tutto ciò si avverasse, riempiva le proprie giornate con pentole piene di silenzi, sostituiti solo dal tintinnio di posate e bicchieri, quando c&#8217;era da preparare da mangiare per tutti noi. Altre volte, ingannava il tempo vuoto fumando in cucina, aspettando forse che il mondo la rapisse attraverso la sua finestra preferita. Quella da dove si immergeva in chissà quali avventure immaginarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’aria il fumo si diluiva in una soluzione di lacrime e desideri. Di vedersi di nuovo desiderata, di nuovo amata da un uomo che invece l’aveva trascinata in una vita di attese interminabili, cene veloci e monopoli televisivi, weekend su prati poi mai calpestati, sesso veloce e bugiardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Io me ne accorgevo sempre quando era in viaggio. Perché ci metteva sempre qualche secondo in più a risponderti, quando entrando in cucina le chiedevi qualcosa. Ed ogni volta, mi sentivo in colpa. Non è mai bello far tornare tua madre dal suo mondo perfetto, per farla ricadere nella melma della realtà. Magari per un misero panino al salame.</p>
<p style="text-align: justify;">In silenzio guadagnò la porta del bagno.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mi faccio una doccia&#8221; mi disse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per una buona mezz&#8217;ora quello che sentii furono i suoi singhiozzi camuffati nel getto d&#8217;acqua che scrosciava forte, ma non abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Andai a chiudermi in camera. I poster di Kurt Kobain mi regalavano sempre un po’ di conforto, promettendomi una speranza, una possibilità di un destino diverso anche per me, se avessi fatto vibrare a dovere corde e cuore. La musica era stata da sempre il mio personalissimo modo per alienarmi da tutto, immergendomi in un magma di sensazioni caldo e protettivo. Come nient&#8217;altro lo era invece fuori. Col tempo ho affinato la mia tecnica. Sia musicale, che di fuggitivo dalla brutale realtà. Non sono diventato un musicista di fama mondiale, ma le mie soddisfazioni me le sono prese. Ogni tanto, ancora oggi, faccio qualche serata in qualche pub per la città. Rispolvero vecchi evergreen e qualche mio pezzo originale. Figli del mio tormento adolescenziale, rimasto però invariato anche ora che di adolescenziale non ho proprio più niente. C&#8217;è una canzone che suono sempre. Quella scritta di getto proprio quel pomeriggio dopo quella telefonata. E&#8217; il mio modo di rendere omaggio senza ostentazione, di ricordare senza lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, quella, fu l&#8217;ultima volta che parlai con mia madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>
</address>
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		<title>Racconti Brevi &#8211; AMERICAN CAFE&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 10:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[antonio]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[capra]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[strip club]]></category>

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		<description><![CDATA[AMERICAN CAFE&#8217; di Antonio Capra   “…io non credo che tu abbia capito il punto!” “Cos’è che c’è da capire? E&#8217; si, oppure no!” “Ma tu non sai ragionare per mezze misure?” “Una persona può essere viva o morta. Gli zombie non esistono. Tu portami a conoscere un fottuto zombie e allora io inizierò a considerare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: justify;"><strong style="font-style: normal;">AMERICAN CAFE&#8217;</strong></address>
<address>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<p style="text-align: justify;">“…io non credo che tu abbia capito il punto!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cos’è che c’è da capire? E&#8217; si, oppure no!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma tu non sai ragionare per mezze misure?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una persona può essere viva o morta. Gli zombie non esistono. Tu portami a conoscere un fottuto zombie e allora io inizierò a considerare le mezze misure.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ecco, lo sapevo, i soliti esempi che non significano niente! Ma ti rendi conto di quello che dici?! Sei davvero un coglione”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non capisco perché tu debba incazzarti cosi per una storia del genere! E comunque abbassa la voce! Non mettiamo su la solita scenetta, ok?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ok, Signor Lord, hai paura che ti metta in imbarazzo?”</p>
<p style="text-align: justify;">“No, io non ho paura che mi metti in imbarazzo. Io <em>so</em> che lo farai, se non abbassi questa cazzo di voce. C’è gente e vengo qui ogni mattina. Mi conoscono, ok?! Quindi, ABBASSA QUESTA CAZZO DI VOCE!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah, ti conoscono? E dimmi, super star, loro conoscono anche i discorsi da coglione che fai? Loro lo sanno che sei un malato di mente? Ma sentilo! E sarei io a metterti in imbarazzo? Testa di cazzo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ascolta, non ho intenzione di ripetertelo. Non ti sto obbligando<em>, </em>ti ho chiesto <em>se</em> vuoi farlo. Se non ti interessa, restatene a casa a guardare quella merda che segui in tv. Il locale tanto gira, con o senza di te!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ho detto che non voglio venirci, ma non è una cosa da poco, lo capisci?! La fai facile tu! Star seduto a bere tutta la sera non è difficile. Non so se me la sento”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei la solita ingrata. Avrei potuto offrire questo lavoro a qualcun’altra, invece ho chiamato te! Hai tutte le carte in regola, tutti i pezzi al posto giusto e nella dovuta quantità. Ti ho già assicurato che nessuno ti toccherà, poi c’è Lewis che ti controlla. Hai mai visto Lewis? Fidati, te la fai sotto anche solo a guardarlo. Quindi non c’è problema! Devi solo dirmi…si o no!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il punto non è se qualcuno mi tocchi. E’ il fatto che devo starmene con il culo al vento per tutta la serata, con addosso occhi e mani di sfigati bavosi, che si strofinano l’uccello ogni volta che gli passi accanto! E’ questo il punto. La paga è buona certo, ma…ma poi dico, non ti da fastidio?! Sono la tua donna cazzo. Chi mette la propria donna in uno strip club? Sei uno STRONZO MISOGINO”</p>
<p style="text-align: justify;">“Abbassa la voce ti ho detto. E’ un lavoro come un altro. Cosa credi?! Che nei fast-food o al ristorante non ci sia nessuno che si ecciti con le cameriere?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah perché ora i fast-food sono come gli strip club?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Per un certo senso si. Sono entrambi pieni di gente, con cameriere assunte in base a quanto sia grosso il loro davanzale e si paga per consumare. Facciamo così, il lavoro lo passo a qualcun’altra. Tu trovati pure un’alternativa, ma alla metà di quanto guadagneresti al Tiger!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Diventare una spogliarellista non rientrava nei miei piani”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non diventerai una spogliarellista. Devi solo portare da bere ai tavoli. Sarai una cameriera”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si, ma senza vestiti!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Questo non è corretto. Al Tiger, le cameriere hanno una divisa”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una divisa?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una divisa, si. Una cazzo di divisa. Avrai una gonnellina”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una gonnellina? E poi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una gonnellina”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah quindi per te, indossare SOLO una gonnellina sarebbe una divisa?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Se vuoi c’è anche un cappellino. Ma le ragazze dicono che sia scomodo. Però se vuoi…”</p>
<p style="text-align: justify;">“WOW, un cappellino! Ed io che mi preoccupavo di quello che c’è in mezzo tra testa e culo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ok, questione chiusa. Non c’è più nessun lavoro. Mi stai facendo impazzire con questo interrogatorio!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu sei pazzo! Mi vuoi lanciare in una bolgia di segaioli e depravati violenti e non posso nemmeno chiedere niente?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu tieni le cosce strette e non ti succederà niente. Al resto, penserà Lewis. E’ grosso come un armadio.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ancora con quel negro. Te lo vuoi scopare per caso?! Non credo che nessuno infilerà le mani sotto la gonna a Lewis e non cr…”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lewis non indossa una gonna”</p>
<p style="text-align: justify;">“Come scusa?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lewis non indossa una gonna”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cosa cazzo significa <em>Lewis non indossa una gonna</em>?! Certo che non la indossa. E’ il buttafuori! Hai per caso fumato??!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ok stronza, facciamo che se non abbassi la voce all’istante, io mi innervosisco. E sai che non sono una persona socievole, quando mi innervosisco. Dammi ancora una volta della testa di cazzo ed io diventerò definitivamente nervoso. Ora, stronza, vuoi farmi diventare definitivamente nervoso?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Stai calmo, stai calmo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah ora devo restare calmo. Mi stai tritando le palle da un’ora, tu e questo lavoro di merda, e devo stare calmo? Ti lamenti come se fossi uno dei tanti papponi in giro per strada. Se lo fossi, ti avrei già bastonata per non avermi accontentato. Ti ho mai bastonata? No. Non ti ho mai costretto a far nulla. Ti ho offerto un lavoro in tutta sicurezza. Puoi decidere di non farlo. Ma almeno non rompermi le palle!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mmmm…sei sexy quando ti arrabbi. Torniamo in camera, ti faccio un massaggio. Così ti rilassi.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Come? Tu sei matta…”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si di te. Dai, ritorniamo in camera. Sono eccitata”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ci torno in camera. Fattela passare. Così come io mi faccio passare il nervoso.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mmm, dai baby, andiamo in camera. Ti farò impazzire”</p>
<p style="text-align: justify;">“Fidati, lo stai già facendo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Andiamo in camera”</p>
<p style="text-align: justify;">“Porcaputt…ascoltami. Ma cosa ti sei messa in testa, stamattina eh?! Di farmi incazzare sul serio? Io ora pago il conto e usciamo da qui. Entrerò in macchina. Tu…tu trovati un modo per toglierti dalle palle, perché oggi me le hai già fatte girare abbastanza”</p>
<p style="text-align: justify;">“Vieni in camera e vedi come te lo giro. Daaaai…fidati, ci divertiamo”</p>
<p style="text-align: justify;">“Adesso puoi ammiccare come una puttanella, mentre per servire due drink di merda a quattro pallemoscie non va bene?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Come hai detto?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho detto che adess…”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho sentito, coglione. Come CAZZO ti permetti?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Abbassa la voce. E non darmi del coglione. Non te lo ripeterò.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Vuoi darmele, maschione?! A parole fai il duro, ma in camera a dimostrarlo non ci vieni? Cos’è? A furia di stare con Lewis, stai diventando una checca? Ora vai al Tiger e ti scopi lui?</p>
<p style="text-align: justify;">“Eh?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“No?! Ah, allora ti fai scopare? Beh, in effetti è un’armadio. Ti fai scopare da Lewis? O ti scopi una di quelle troie in gonnellina. DIMMELO! Ti scopi qualche troia in gonnellina?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Alza ancora UNA volta questa voce da oca fottuta e rimpiangerai di non essertene andata già cinque minuti fa! Hai capito? Mi hai capito, cazzo?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi stai minacciando?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Velatamente.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Andiamo in camera?”</p>
<p style="text-align: justify;">“No. In camera non ci andremo”</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai un’altra?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ho nessun’altra. Sei pazza. Sei patetica. Vado a pagare il conto”</p>
<p style="text-align: justify;">“No, tu non vai da nessuna parte. Resti qui e mi dici chi ti scopi. Se non vuoi scoparmi, vuol dire che ti scopi qualcun altro. E’ Lewis? E’ una troia?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lewis? Che c’entra il negro? Diavolo, è un uomo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Allora chi è la troia?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Chi? Quale troia? Ma di che cazzo stai parlando? Non mi scopo nessuna! Non voglio scopare te, PUNTO!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ti credo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Me ne fotto se non mi credi, piantala di rompere!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Io proprio non ti capisco, ti sono completamente dedita, ma preferisci andare al Tiger e fartela con qualcun&#8217;altra! Un tempo invece ce la spassavamo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un tempo tu non mi rompevi le palle!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Voler fare l’amore significa romperti le palle?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“No, significa che se me le fai girare, non devi insistere. Soprattutto quando ho molte cose da fare”</p>
<p style="text-align: justify;">“Stai diventando vecchio!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cosa significa adesso quest&#8217;altra stronzata?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sai più come divertirsi e probabilmente non ti si drizza nemmeno più.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah, quindi se non voglio scoparti, allora significa che non mi si drizza? Ma le ascolti le cazzate che dici?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sono cazzate! E’ matematica!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Matematica! Cosa c’entra la matematica con l’uccello?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ quasi un mese che non facciamo l&#8217;amore!”</p>
<p style="text-align: justify;">“E quindi?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Quindi, se non sei diventata una checca o non ti scopi nessuno al Tiger, vuol dire che non ti viene più duro!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarei io poi a non conoscere le mezze misure ? Chiediti, magari, se tutto questo non sia colpa tua.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Colpa mia ? Come può essere la mia colpa? Guardami! Guarda che forme! GUARDA!”</p>
<p style="text-align: justify;">“ABBASSA LA VOCE! Mi stai facendo sul serio incazzare!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Guarda qui, queste due stanno su come due querce secolari. Se le mostrassi adesso in giro ai tuoi clienti al Tiger, stai certo che qualcuno dall’eccitazione ci rimarrebbe SECCO!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Infatti, è per questo che ti ho offerto il lavoro. Perché le tue tette stanno su come due querce secolari!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non stavo parlando delle mie tette, coglione! Era solo un esempio per farti capire che è impossibile che tu non voglia scoparmi. Ammettilo che hai un&#8217;altra! Sii uomo!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Pfff&#8230; Dai, almeno adesso hai smesso di parlare del negro&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">“Perchè allora è così difficile ammetterlo?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ancora ? Non c&#8217;è nessun altra…”</p>
<p style="text-align: justify;">“Stavo parlando del tuo problemino…”</p>
<p style="text-align: justify;">“Quale prob?&#8230; ASCOLTA! Sono molto serio. Prendi la tua giacca, prendi la tua borsa e le tue fottute chiavi di casa, alza il culo e SPARISCI! Anzi! Chiama tua madre e dille che stasera dormi da lei. Oggi voglio andare a lavorare con la certezza che al ritorno a casa, non ci sarai ancora tu a rompermi le palle. E non azzardare nemmeno a rispondermi! Alza il culo e vattene! ADESSO!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei proprio uno stronzo! Bastava dire che non vuoi parlarne, ma spedirmi da Marleen è una vigliaccata!”</p>
<p style="text-align: justify;">“L&#8217;unico problema di cui potrei parlare, è il fatto che convivo con una squilibrata rompicazzo. Ora capisco perché tua madre ti ha cacciata di casa alla prima occasione!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Marleen mi ha cacciata perché è una stronza come te!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Marleen ti ha cacciata perché sei insopportabile!”</p>
<p style="text-align: justify;">“VAFFANCULO!”</p>
<p style="text-align: justify;">Lo schiaffo è ben assestato. Lei incredula mi guarda, mentre la guancia sinistra inizia ad accendersi lentamente, prendendo gradualmente colore, un po’ come fanno le piastre delle cucine elettriche.</p>
<p style="text-align: justify;">Afferra la sua giacca, la sua borsa e le sue chiavi. Mentre si alza, noto che il ragazzo delle pulizie solo ora gira la testa verso di noi, ma non tanto per sincerarsi se va tutto bene. Piuttosto per guardare il culo alla mia donna. Sono sempre andato fiero del suo fisico da autentica pin-up. Proprio per questo volevo piazzarla al Tiger. La cameriera è invece talmente scioccata dalla scena a cui assistito, che si è dimenticata sulla piastra le frittelle. Oramai immangiabili perché bruciate da far schifo.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardo Rosy andar via in lacrime. Per un attimo mi prende di voler rincorrerla e riabbracciarla, chiedendole scusa. Bevo le ultime gocce residue dalla tazza di caffè, oramai freddo. Dovrei correre però. Che si fotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendo il cellulare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pronto, Marleen? Si, tutto ok………</p>
<p style="text-align: justify;">No, stasera no…….</p>
<p style="text-align: justify;">Perché stasera sei impegnata….verrà Rosy li da te per la notte……</p>
<p style="text-align: justify;">Lo so! lo so! Cosa vuoi che ti dica? Ha appena dato di matto qui al bar e……..</p>
<p style="text-align: justify;">E cos’altro avrei potuto fare?! Dimmelo tu!</p>
<p style="text-align: justify;">Domani? No, ho da fare…</p>
<p style="text-align: justify;">Non insistere come tua figlia! Ho da fare!</p>
<p style="text-align: justify;">Mmm…si, volendo si. Al Tiger?</p>
<p style="text-align: justify;">Ok dai, però avvisami in tempo….</p>
<p style="text-align: justify;">Ah&#8230; metti quelle a rete. Lo sai che mi piace strappartele…”</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; IN MARE APERTO</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Sep 2012 13:26:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[antonio]]></category>
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		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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		<description><![CDATA[IN MARE APERTO di Antonio Capra Le emozioni stampate sui volti delle persone che ho incrociato, mi si incollavano addosso come la patina di sudore denso e colloso in una giornata afosa. Al loro passaggio, sembravano sputarmi in faccia le proprie angosce, gioie, incubi e desideri e più mi allontanavo, più sembrava cercassero di colpirmi, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>IN MARE APERTO</strong></span><br />
<em>di Antonio Capra</em></p>
<p style="text-align: justify;">Le emozioni stampate sui volti delle persone che ho incrociato, mi si incollavano addosso come la patina di sudore denso e colloso in una giornata afosa.<br />
Al loro passaggio, sembravano sputarmi in faccia le proprie angosce, gioie, incubi e desideri e più mi allontanavo, più sembrava cercassero di colpirmi, innaffiandomi con la loro merda. Sembrava dovessero vedermi indossarla, per capire se ciò che si trascinavano dentro fosse reale o meno. Ovviamente era così, io me ne ero accorto, ma non spettava a me aiutarli. E poi non mi avrebbero mai creduto, perchè c&#8217;è troppa diffidenza in giro. E troppa paura della veritá. Ogni giorno percorrevo lo stesso identico itinerario, con gli stessi personaggi, che ciclicamente sfoggiavano gli stessi vestiti, abbinati agli stessi stati d&#8217;animo. Zombie affamati di vita, in attesa di infettare l&#8217;anima di chi non fosse come loro. Spenti e rassegnati. Se tutti sono uguali, non c&#8217;è più niente di cui aver paura e le emozioni stesse non spaventano piú. Sempre che ne siano rimaste. Io per primo ho avuto paura per tanto tempo. Paura di scoprire chi fossi diventato.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, però, qualcosa è cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo mi ritrovo su questa barca. Perché tutto questo non mi apparteneva. Un giorno ero in bagno rasoio alla mano, come tutte le mattina, di tutti i miei giorni. Un lavoro stabile, una famiglia stabile, una digestione stabile, ma senza il coraggio di guardarmi dritto in faccia, perché l&#8217;unico momento in cui riuscivo davvero a giudicarmi. Ed un po&#8217; come fanno i vampiri, evitavo specchi e sole, perché avrebbero potuto illuminare le mie bugie. Ma sapevo anche che continuare, sarebbe stato come morire lentamente e con gli occhi aperti.<br />
Il mare aperto è sempre stato, invece, l&#8217;unico luogo dove riesco davvero a respirare, senza nessuno che cerca di marchiarti a fuoco con regole e convenzioni, senza i che problemi appesantiscano tutto ed il Tempo stesso. Che adesso, invece, scivola calmo e leggero. Il mio equatore è tutt&#8217;ora troppo lontano per poterlo raggiungere, ma ho tutto il tempo. Ho tutto il tempo.<br />
A casa non so come l&#8217;avranno presa. Probabilmente mi avranno dato prima per disperso, poi per pazzo, finendo per morto. Ma lo sarei stato comunque, se non avessi deciso di salpare. Invece ora, in compagnia dei miei silenzi, difficili da decifrare e troppo spesso tradotti male da chi non li ha mai ascoltati davvero, ora ci sto bene. Perché so cosa rappresentano, so cosa contengono. Ci sono giorni in cui mi chiedo se partire così, sia stato troppo da vigliacchi. Probabilmente lo è stato. Abbandonare tutti certo non è un gesto ammirevole. Ma sarebbe stato troppo complesso e faticoso spiegare a tutti quello che avevo da chiarire. E se non ci sono riuscito in quarantasette anni, di certo non ci sarei riuscito in un weekend. Mi dispiace soltanto per i miei figli. La mia maggiore sconfitta è quella di non essere stato in grado di comunicare il senso di protezione che avrebbero meritato. Invece ora andranno a scuola e la gente mormorerà che sono &#8220;<em>quelli con il padre pazzo, scappato in barca, per non tornare più</em>&#8220;.<br />
Mi dispiace, bambini miei, mi dispiace. Ma un padre è prima di tutto un uomo. Con le sue debolezze, che indeboliscono i propri sogni ed affaticano i desideri. A cui però io non ho mai voluto rinunciare. Forse condividerli con loro sarebbe stata una scelta migliore. Ma io a corredo ne ho solo di sbagliate. Non so tra quanto tempo arriverò sulla terra ferma. Pensandoci, non ho nemmeno pianificato una meta. L&#8217;unica cosa che so, è che non devo farmi prevaricare dalla razionalità, quando le cose inizieranno a diventare difficili. L&#8217;impulso mi porterà a rinunciare, lo so. A convincermi che sia stata l’ennesima cazzata, una follia lasciare tutto. Dovrò semplicemente essere bravo a rispondermi che, tornare, significherebbe scavarsi definitivamente la fossa. Da ragazzo sognavo avventure spericolate, donne e tramonti diversi ogni giorno. Sentieri da esplorare, città da scoprire. Poi arrivava l&#8217;altra parte di me, quella che mi è sempre stata sulle palle, a ricordarmi che per fare una cosa del genere ci volevano coraggio e molti soldi. Che io ovviamente non ho mai avuto. Ed allora via, a scivolare lungo un&#8217;apatica rassegnazione, franando poi verso una grigia quotidianità, che non mi è mai appartenuta. Fino a poco tempo fa, se risaliva a galla il mio vecchio istinto da sognatore, quasi mi vergognavo di me stesso.<br />
&#8220;<em>Alla tua età, pensi ancora a fare l&#8217;Indiana Jones</em>?!&#8221; mi dicevo.<br />
A vederla oggi, la tragedia è stata l&#8217;aver condannato per troppo tempo questa mia spensieratezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi ho incontrato Luca.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle medie eravamo inseparabili, facevamo praticamente tutto insieme, anche scopare. La mia prima orgia, la devo a lui. Ragazzi, che serata. E pensare che io non avevo fatto nulla, perché ce l&#8217;avevo proprio nel Dna di sognare senza agire, lasciandomi magari trascinare da qualcuno più coraggioso di me e di certo non sarei mai stato in grado di abbordare quelle due e portarmele a letto, con il mio migliore amico, la sera stessa. Quella fu anche l&#8217;ultima orgia della mia vita, perché poi ho incontrato Sofia, mia moglie. Con la quale non si può nemmeno parlare di un pompino, che subito sbuffa e ti allontana, lamentandosi della tua volgarità. Ma questa, forse, è un&#8217;altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Luca ora sta morendo. Ha una di quelle malattie che gradualmente lo renderanno un peso immobile su di un letto bagnato di piscio. Me l&#8217;ha spiegato molto meglio di cosí, in realtà, usando tanti termini tecnici che io non ho capito o forse ho solo evitato di ascoltare, dall&#8217;istante in cui ho realizzato che avesse appena firmato un contratto a tempo determinato con la vita. Guardandolo in faccia, occhio lucido e pelle secca, ho fatto fatica a collegare il ragazzo esuberante e pieno di progetti, con l&#8217;uomo fragile e rassegnato che mi stava parlando. Spezzavo i silenzi con dei lunghi sorsi di un caffè annacquato, ordinato nel bar dove avevamo deciso fermarci al volo dopo l&#8217;incontro, mentre intanto maledicevo l&#8217;istante in cui avevo scelto di deviare per Via Aurispa, piuttosto che tirar dritto per il solito Gian Galeazzo. Così non l&#8217;avrei mai incontrato, sarei salito sul tram in Ventiquattro Maggio, mi sarei eclissato per un altro giorno e per sempre. Senza danni per nessuno. Soprattutto per me.<br />
Venti anni. Questo era il tempo trascorso dal nostro ultimo incontro. Mi chiedo se, da qualche parte in qualche grigio ufficio, ci sia un figlio di puttana davanti a un computer, che con un software ben tarato sceglie coincidenze ed imprevisti per ognuno di noi. Ci deve essere qualcuno che sceglie, perché la vita non può essere così cinica. Finiti i nostri caffè, ci salutammo abbracciandoci fortissimo. Io sapevo che non l&#8217;avrei più rivisto. Lui sapeva che avrei trovato mille scuse per non fargli visita, quando il tutto sarebbe peggiorato. Ci conoscevamo bene io e Luca. Con un sorriso accompagnato da un &#8220;<em>beh, ci vediamo allora!</em>&#8220;, raggiunsi la fermata del tram. Avrei dovuto abbracciarlo per più tempo. Lo realizzo solo adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata più impegnativa di tutti i miei ventidue anni di carriera, trascorse senza nemmeno accendere il computer. Fissando la mia ombra sul monitor, pensai a Luca, alle nostre avventure, alla vita, alla mia vita, a ciò che ero diventato ed alle letterine ai miei genitori in cui, da piccolo, raccontavo cosa mi sarebbe piaciuto diventare. Pensai alla fede che avevo perso ed al vuoto che si riempiva ogni volta che mi ritrovavo davanti un panorama nuovo. Pensai alla barca di mio padre, a quando andavamo a pescare al mare all&#8217;alba, quando ancora vivevamo a sud. Pensai a come pulire il cestino della carta, pieno del mio vomito appena espulso.<br />
La sera non raccontai nulla a casa dell&#8217;incontro con Luca. Nemmeno un accenno a Sofia, quando mi chiese se tutto andasse bene. Andai sul divano e passai la notte ad informarmi su quanto mi sarebbe costato ristrutturare la barca di mio padre. Non potevo saperlo, ma quella sera la catena della mia ancora si era già spezzata.<br />
Per un&#8217;intera settimana non riuscii a dormire. Le scelte difficili mi hano sempre tolto il sonno, oltre che l&#8217;appetito. Camuffai il tutto con una finta spossatezza, ma non esite nessuna malattia dovuta allo spingere dei sogni nello stomaco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora invece sono qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Libero finalmente da ogni schema, ma con una nuova forma di bisogno. Il bisogno di ciò che ho abbandonato. E’ evidente quanto io sia la persona più infantile che conosca. Mi riappare davanti tutto il tempo sprecato a cercare pretesti per litigare con chi avevo accanto. Invece di usarlo per dir loro quanto li amassi. Penso all’energia bruciata nel cercare estranei sollievi, perchè convinto che la mia famiglia non fosse all’altezza. Stupido io a non capire che, invece, fossero semplicemente loro la mia scialuppa. Mi rendo conto di quanto sia stato egoista, troppo debole e troppo bravo a trovare scuse per sottrarmi alle cose importanti. Ero accecato dal desiderio di scappare, quando sarei potuto restare, riordinare le cose e colorare d&#8217;arcobaleno ciò che avevo ottenuto solo grazie alla fortuna: gli occhi dei miei bambini. E l&#8217;amore che non mi hanno mai negato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Ma che cazzo sto facendo</em>?” Ecco la ragione, la mia miglior nemica, tornare furibonda a rovinarmi i piani senza alzare nemmeno un dito, cercando di colorarmi nuovamente di grigio. Questa volta, però, è diverso. Perchè invece di accettare sottomesso come al solito, per la prima volta in vita mia, sono dalla sua parte. E decido di assecondarla. Oggi non sarà raccontata la solita storia di un debole sconfitto. Torniamo indietro, e forse un giorno racconterò la storia di un eroe. Dovrò spiegare tante cose, certo, ma è la scelta giusta. Ho sbagliato di nuovo, ma per fortuna c’è tempo per rimediare.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrò tutto il tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte si avvicina. Strano, perchè l&#8217;orologio segna soltanto le sedici. Qualcosa non va. Il tempo sta cambiando velocemente, quasi ad imitare il tornado di emozioni che mi stritolano l’anima già da un pò.</p>
<p style="text-align: justify;">Pioggia.<br />
Vento forte.<br />
Mare grosso.<br />
Acqua gelida.<br />
Nostalgia.<br />
Addio bambini miei, un giorno vi riabbraccerò.<br />
Buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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		<title>Racconti Brevi – IL CONVEGNO</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 14:25:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[antonio]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[capra]]></category>
		<category><![CDATA[convegno]]></category>
		<category><![CDATA[donna]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[IL CONVEGNO di Antonio Capra   &#8220;Ed è con questo, signore e signori, che stiamo avendo a che fare! Con il disfacimento di una società che non ha più valori, non ha più una morale. Una società, che oggi più che mai, come unico presupposto ha quello di vendere un&#8217;immagine distorta della realtà, che come [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address><strong><span style="text-decoration: underline;">IL CONVEGNO</span></strong></address>
<address><strong></strong>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ed è con questo, signore e signori, che stiamo avendo a che fare! Con il disfacimento di una società che non ha più valori, non ha più una morale. Una società, che oggi più che mai, come unico presupposto ha quello di vendere un&#8217;immagine distorta della realtà, che come unico fine ha l&#8217;inganno, per venderci prodotti che distraggono dalle cose importanti della vita, come la famiglia, i rapporti interpersonali, la fede e…&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Macchec… di cosa sta parlando?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Dal palco e dentro il suo doppiopetto di qualità scadente, il signor Williams stava elargendo con foga tutto sè stesso per convincere la sua platea. E le pecore intorno a noi, che ascoltavano devote, annuivano ad ogni parola. Ignoranti bastardi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non ne ho la più pallida idea. Sei tu che ci hai portati qui, ricordi?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si, ma non pensavo si arrivasse a tanto. Questi sono dei fanatici! Chi se l’immaginava che fossero dei cazzo di fanatici!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Però potevi intuirlo, non ti pare?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">BENVENUTI AL DODICESIMO INCONTRO DEI NUOVI CAPITALISTI CRISTIANI.</p>
<p style="text-align: justify;">Il poster all&#8217;ingresso della hall dell&#8217;albergo parlava chiaro. Di certo non ci si poteva aspettare ragazze in bikini oliate per bene.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando Jeff mi ha parlato della bionda che aveva mollato gli inviti al bar, mi era sembrato particolarmente entusiasta della cosa! Chi se l&#8217;immaginava una fregatura del genere!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si, ma quando Jeff ti ha passato il flyer, maledetto idiota, non hai letto cosa ci fosse scritto su?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Beh, veramente&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Te lo dico io VERAMENTE cos&#8217;è successo: tu hai sentito parlare di fica bionda e non hai capito più un cazzo, ti sei sintonizzato sull&#8217;idea di scopare ed eccoci qui! Sbaglio?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;No&#8230;scusa, ho valutato male la cosa.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Hai valutato male la cosa?! Io mi chiedo se tu abbia valutato e basta! Ora tiraci fuori da questa tritatura di palle!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sssshhhh!&#8221;<br />
La mezza checca in seconda fila si era sporto verso di noi, vistosamente infastidito dal nostro vociferare e anche il signor Williams ci aveva lanciato qualche occhiataccia, mentre diffondeva il suo sermone dal culo. Perché, credetemi gente, quella si che era merda da flippati! Mi girai di poco, ma quel che bastava per far capire al signor Fate Silenzio che gli avrei volentieri fatto saltare i denti, se solo avesse azzardato di nuovo a sibilarmi nell&#8217;orecchio. Colse alla perfezione il messaggio, chiedendo anche scusa abbassando automaticamente cresta e sguardo. Serpe cagasotto. La scelta di sederci in prima fila, inizialmente ci era sembrata una bella mossa. Dopo un paio di minuti dall&#8217;inizio del convegno, capimmo che invece sarebbe stata la nostra condanna. Non so cosa ci fosse passato per il cervello, ma eravamo davvero convinti che avremmo rimediato qualche fighetta puritana e sessualmente ancora da esplorare che, una volta a letto, ci avrebbe implorato di farle sputare l&#8217;anima a furia di mandate di uccello. Colpa di quel maniaco depravato di Jeff, che dietro al suo bar, non vedeva una femmina nemmeno a pagarla e quando ne passava una, te la descriveva sempre come se fosse una nuova madonna votata al porno. Noi lo conoscevamo, ma ci cascavamo ogni volta. Forse perché Jeff sapeva essere sempre molto convincente o perché anche a noi buttava male con le donne e quando c&#8217;era un&#8217;occasione per svuotarsi le palle, non potevamo permetterci di farcela scappare. Infatti, quel raduno ci sembrava un’occasione perfetta, perché se ti mandano una bionda da nove, nove e mezzo (a detta di Jeff) a distribuire flyer nei bar, come minimo avrebbero dovuto essercene molte altre in sede. Questo fu quello a cui pensammo e questo era quello che ci aspettavamo. Ma ciò che avevamo di fronte era quanto di più lontano potessimo immaginare ed era già un’ora che, per la nostra scelta, maledicevamo noi stessi e dio, per conto del quale questo agglomerato di fanatici si era riunito.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dobbiamo uscire di qui, ORA! Non ce la faccio a restare! E poi ho fame! Fame cazzo, ho fame! Usciamo da qui, fammi uscire da qui! &#8220;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Stai calmo, come facciamo?! Siamo in prima fila!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non lo so, non lo so&#8230;.però devo uscire!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Si alzò di botto dalla sedia, con così tanto impeto, che questa scivolò all’indietro andando a sbattere contro le ginocchia del signor Fate Silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel momento iniziò il party.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Williams arrestò di colpo il suo sermone, aggrottando le sopracciglia e strabuzzando gli occhi quasi come a dire: “Hey, figlio di puttana, ci sto dando dentro come un dio e tu osi interrompere il mio discorso?! Chi cazzo sei e come cazzo ti permetti?!” Ma immediatamente dopo, si spalmò sulla faccia un sorriso cordiale e invitò Billy a parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Chiedo scusa, giovanotto, come si chiama?” domandò.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi chiamo Billy Bouvais”</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta che sentivo pronunciare quel suo cognome da artista francese bohèmien, mi chiedevo se le persone ci prendessero per due checche di turisti parigini in gita. E la cosa mi infastidiva terribilmente, a tal punto da arrivare a chiedere a Billy di non pronunciare mai il suo cognome in mia presenza. Ma quel pezzo di merda ogni volta se ne fregava. Andava fiero del suo cognome da frocio francese, anche se un po’ meno del fatto che sua madre, Dorothy, si fosse fatta fecondare dal sosia di Napoleone Bonaparte durante un party dei dipendenti Disneyland, ad Orlando. Perché si, il mio amico era nato da una sveltina tra due personaggi inventati dal signor Walt. Quando volevo farlo davvero incazzare, lo chiamavo Mickey e lui si infuriava per bene. Non perché odiasse l’accostamento, ma forse perché l’uomo che si era ingroppato sua madre vestiva proprio i panni del topo più famoso del mondo e, nonostante avesse riconosciuto il figlio, era comunque ritornato in Francia, abbandonando i due per metter su una nuova famiglia in un paese nei pressi di Tolosa. Valli a capire i francesi, tutto formaggio, bugie e baguette.</p>
<p style="text-align: justify;">“Salve Signor Bouvais, c’è per caso qualche problema?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Oh no signore, nessun problema. Mi dispiace di averla interrotta…e di aver fatto male anche al signore. Non era mia intenzione, volevo solo andare via”</p>
<p style="text-align: justify;">L’espressione sul volto del Signor Williams cambiò, letteralmente oscurandosi come il migliore degli inquisitori”</p>
<p style="text-align: justify;">“Come mai voleva andar via, Signor Bouvais? Per caso il mio discorso non è di suo interesse?”</p>
<p style="text-align: justify;">Conoscendo Billy, sapevo che la cosa sarebbe degenerata nei successivi secondi, quindi mi alzai dalla mia scomoda sedia fatta legno scadente e vimini, avvicinandomi al mio amico.</p>
<p style="text-align: justify;">“Billy, non facciamo cazzate ok? Chiedi solo scusa e andiamo via!” gli sussurrai all’orecchio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tranquillo, lo sto già facendo. E’ tutto sotto controllo”</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima volta che Billy aveva tenuto qualcosa sotto controllo, fu quando venimmo arrestati per guida in stato di ebbrezza ad Atlantic City ed aveva pensato bene di giustificarsi con gli agenti dichiarandosi un cervello in fuga dall’ignoranza dello stato del New Jersey. Gli agenti ovviamente non l’avevano bevuta e Billy, strafatto di erba oltre che di whisky, li aveva mandati a farsi fottere, pretendendo anche delle scuse. Perché, secondo la sua versione dei fatti, gli agenti gli avevano dato indirettamente del bugiardo. Billy Bouvais, maledetto bastardo strafatto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Affatto, Signor Williams!” sbottò Billy. Un brivido di paura mi risalì lungo la gamba destra e poi lungo tutta la schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il suo discorso è affascinante e pieno di significato! Infatti la ammiro, sia per ciò che dice, che per come lo fa. Ma purtroppo dovevo pisciare ed alzandomi, questa cazzo di sedia è malauguratamente schizzata indietro a causa della cera, franando contro le gambe di questo serpente coglione qui dietro.”</p>
<p style="text-align: justify;">Per l’intera sala si propagò un sussulto, come se tutti avessero di colpo trattenuto il respiro. Il mio, l’avevo già perso pochi attimi prima.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lei cosa ne pensa, Signor William, del fatto che qualche idiota di portoricano abbia passato la cera prima di un convegno a cui partecipano anche degli anziani, che possono scivolare e rompersi il collo? Ha mai pensato a questo Signor Williams? Ci pensa che, da qualche parte, c’è un fottuto idiota portoricano che se la ride, mentre qualche povero vecchio qui rischia di farsi sul serio male? Non crede che anche questo sia una piaga per la nostra economia. I portoricani, intendo, non gli anziani!”</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai capito perché Billy odiasse così tanto i portoricani, ma li odiava davvero, forse più di Mickey Mouse. Il Signor Williams era rimasto impassibile alla scenetta, non un movimento, nemmeno una parola. Sembrava quasi pietrificato, con quella sua bocca aperta e gli occhi spalancati, quasi come se avesse appena visto un fantasma. Solo che di fantasmi non ne erano passati. Io ero lì e posso giurarvelo. C’eravamo solo io e Billy in piedi, in un mare di puritani e vecchi rammolliti che ci guardavano sgomenti e disgustati. Nemmeno fossimo stati dei portoricani.</p>
<p style="text-align: justify;">Di quello che avvenne dopo, ho solo una serie confusa di immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Signor Williams che strillava come un ossesso. Qualcosa contro di noi, contro la città, contro la fede perduta, contro il diavolo o qualche altra cazzata simile, puntandoci il dito per poi indicare il cielo. Valli a capire i fanatici.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia sedia fluttuante nell’aria che, roteando su sé stessa, atterrò sulla sua testa facendolo smettere immediatamente di gridare.</p>
<p style="text-align: justify;">Billy che correva verso la porta del bagno, per poi fermarsi e tornare indietro, far saltare i denti al signor Fate Silenzio con un bel dritto e riprendere la sua corsa verso la toilette. Per averlo rimproverato di nuovo mentre si allontanava, immagino, perché Billy tendenzialmente non è un violento ed ha sempre una valida ragione per mandare qualcuno all’ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Io che gli correvo dietro, divertito ma senza capire cosa stesse succedendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le guardie della sicurezza, sudate e sovrappeso, che cercandoci nei bagni, avevano invece trovato solo un altro paio di pugni ben assestati. Dovrebbero mettere un limite di peso per gli agenti della sicurezza nei luoghi pubblici, perché sono quelli più facili da fregare ed i più brutti da vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivammo stremati alla macchina. Ma solo perché la corsa era una di quelle cose che evitavamo con attenzione da tempo, insieme ai drogati, alle gang di portoricani a sud della città ed ai travestiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci stupimmo del fatto che nessuno venisse a cercarci fuori nel parcheggio, al punto da metterci ad aspettare per qualche minuto in macchina se qualcuno si lanciasse in un inseguimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Proprio nessuno”</p>
<p style="text-align: justify;">“Si vede che i due panzuti del bagno stanno ancora dormendo”</p>
<p style="text-align: justify;">“Che giornata di merda”</p>
<p style="text-align: justify;">“E adesso?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Abbiamo due opzioni”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarebbero?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Andiamo a cercare la bionda del flyer. Avrà sicuramente almeno un’amica carina, no?! Poi andiamo a sbronzarci”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non mi va di rischiare ancora. La seconda?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Andiamo da Jeff. Dopo questa, ci deve un’ubriacatura gratis”</p>
<p style="text-align: justify;">Ripartimmo con l’ego infranto e carichi di Delusione. Che avremmo poi abbandonato al bar, per lasciar spazio a fiumi dell’unica bionda che non ti delude mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; LA DONNA DALLO SMALTO BLU</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2012 15:11:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[antonio]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[blu]]></category>
		<category><![CDATA[capra]]></category>
		<category><![CDATA[donna]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
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		<description><![CDATA[LA DONNA DALLO SMALTO BLU di Antonio Capra Io ero li sul treno, a farmi gli affari miei, mentre fuori il mondo scorreva veloce. Uno di quei soliti tragitti durante i quali fingi di pianificarti la vita, con il cervello che resta staccato e l’uccello che fantastica sulle donne che incrociano il tuo sguardo. Uno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<address><span style="text-decoration: underline;"><strong>LA DONNA DALLO SMALTO BLU</strong></span></address>
<p><em>di Antonio Capra</em></p>
<p style="text-align: justify;">Io ero li sul treno, a farmi gli affari miei, mentre fuori il mondo scorreva veloce. Uno di quei soliti tragitti durante i quali fingi di pianificarti la vita, con il cervello che resta staccato e l’uccello che fantastica sulle donne che incrociano il tuo sguardo. Uno di quei viaggi fatti di caldo, suonerie dal volume troppo alto, badge da timbrare e lamentele da ufficio. Tutto quello insomma che fa alzare costantemente lo sguardo al cielo e recitare silenziosi monologhi su come certa gente riesca sempre ad indossare i migliori luoghi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei aveva quel tipico profumo delle donne a cui offri da bere nei bar di periferia, un aroma fruttato, leggermente pungente, come un alito d&#8217;amore a basso costo, ma che dura solo un’ora. Indossava un paio di sandali in stoffa blu, che si accostavano cromaticamente alla perfezione con lo smalto spalmato su ogni unghia di piedi e mani. L&#8217;uniformità della pennellata era magistrale, la vernice era distribuita perfettamente in ogni punto. <em>Deve aver speso forse più di un&#8217;ora per completare un’opera simile</em>, pensai. All&#8217;altezza della caviglia, un laccio stretto al punto giusto cingeva con gelosia il collo del piede, su cui presenziava un piccolo neo. Poche volte un neo dona charme ad una parte del corpo. Questo espletava il suo dovere alla perfezione, oltre a travolgermi d’eccitazione. Aveva delle gambe liscissime e sottili. Non come certe vecchiacce dalla caviglia gonfia e calze tirate su a mezza altezza, che trasformano quello che un tempo era una gamba, in ciò che ora è un affronto ai pionieri del soft-porn. La donna che avevo di fronte le calze, invece, non le indossava. E questo non faceva altro che donare maggiore sensualità e naturalezza allo spettacolo che stavo contemplando. Erano abbronzate, di un color rame che mi ricordavano il calore delle distillerie di whisky irlandese, del legno dei bar dai lunghi banconi umidi, dello scintillio della birra chiara messa controluce. Mi sarei ubriacato volentieri di quelle gambe, se solo ne avessi avuto l’occasione. Sguazzavo con le sue cosce nel mio mare viscido e malato, mentre lei invece leggeva pacata un libro fantasy, una di quelle stronzate con draghi ed elfi e maghi che piace tanto a chi si rifugia in storie inventate, piuttosto che rivitalizzare la realtà. Lo teneva disteso su una borsa in stoffa dall&#8217;aria costosa ed altrettanto inutile, poggiando il tutto sulle gambe accavallate. Non so perché, ma desiderai di prenderla da dietro senza interrompere la sua lettura. Questa fa di me un depravato, ma estremamente educato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ieri sera ho mangiato cous cous. Mi é rimasto sullo stomaco e lo sto ancora digerendo…mmm, si, hai ragione, oggi mangio leggero…no, ho preso un Alka-Seltzer, ma mi sale ancora tutto!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il bifolco al suo fianco era un obeso sulla quarantina, con barba incolta e sudato da far schifo. Era evidentemente di troppo e parlando al cellulare, la cui superficie oramai era diventata patria dell&#8217;unto, trasbordava pietosamente con pancia e braccia sul bracciolo, invadendo lo spazio della donna che stavo ammirando. Il suo sudore fortunatamente non era fastidioso, non come certa gente che ti trovi di fianco al mattino e già puzzano di omelette agli asparagi e merda simile, ma con la sua stazza però, quell’ammasso di lardo contribuiva ad alzare la temperatura nello scomparto in maniera pericolosamente irreversibile. Eravamo nel mezzo di un luglio torrido ed umido, il cui caldo iniziava a picchiare sin dalle prime ore del mattino, trasformando noi pendolari in viscide lumache, che lente si trascinavano da casa all’ufficio in cerca di refrigerio. L&#8217;unica cosa, quindi, di cui non avevamo bisogno in quel momento era un dannato ciccione che sudava a sproposito e ci rendeva partecipe della sua digestione irregolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al mio fianco, un ragazzo arabo, il cui corpo era tappezzato di piccole gocce di vernice bianca seccata. Uno di quei poveracci, sfruttati da altrettanti poveracci arricchiti a scapito di chi è nato per non avere diritti, che era vistosamente rapito dall&#8217;intercapedine creatasi tra le gambe accavallate e la stoffa della gonna della donna. Un valico tra paradiso e inferno, uno squarcio peccaminoso nella falsa moralità di ciascuno di noi, la linea di confine tra ragione e violenza. Ammetto che quella linea era un pugno nello stomaco anche per me, ma di quelli che stranamente piacciono, perché ti fanno sputare l&#8217;anima e permettono di conoscerti un po’ di più. Sono convinto che molti sul vagone, ci avrebbero volentieri passato il proprio badge lì in mezzo, dando così sfogo a quella dose di sano fetish che al mattino, prima di andare ad annientarsi in un ufficio, ti fa sentire ancora vivo. Tra il ciccione che spingeva ed il ragazzo che la fissava, la donna dallo smalto blu iniziava ad essere visibilmente in imbarazzo. Avrebbe voluto guadagnare maggiore spazio per sé sul sedile e volentieri aperto le gambe per lasciar passare un po’ d’aria lì, dove tutto era invece ermeticamente chiuso a chi ci si sarebbe volentieri infilato. Era arrivato per me il momento di fare l&#8217;eroe. Mi sporsi leggermente verso di lei, accennando un sorriso tra i più puri che potessi permettermi. D’impulso, lei si racchiuse ancora più su sé stessa, quasi come se aspettasse un’inevitabile aggressione. La tranquillizzai alzando una mano in segno di scusa e pace, mantenendo il sorriso stampato sulla faccia, che tuttavia non sembrava stesse funzionando a dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non vorrei essere sgarbato, ma mi chiedevo se, quando questo inferno sarà finito, ti andrebbe di fare colazione insieme”</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrise.</p>
<p style="text-align: justify;">“No grazie, devo andare a lavoro”</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrisi, avvicinandomi ancora di più. Questa volta lei non accennò nessun movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">“C’è una cosa che mi sono sempre chiesto, durante i miei brevi viaggi tra le due stazioni…”</p>
<p style="text-align: justify;">“E qual è?” mi interrogò interessata.</p>
<p style="text-align: justify;">“Se mai avrei incontrato una donna capace di farmi passare la voglia di leggere i miei libri”</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrise di nuovo. Incrociò le gambe, questa volta avvicinandosi lei a me.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questa donna sono io?”</p>
<p style="text-align: justify;">“No”</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrisi. Lei non più, visibilmente delusa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ah…” ritornò nella posizione di difesa, abbandonata pochi istanti prima.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti prego, non restarci male”</p>
<p style="text-align: justify;">“Affatto, mi chiedo però come mai mi hai invitato a colazione, se poi non sono la donna che cerchi”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti ho invitata per salvarti da questi bifolchi, che da mezz’ora non fanno altro che spogliarti con gli occhi e forse ci rimedi anche qualche manata mentre scenderai alla prossima fermata”</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ tutto sotto controllo, grazie!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei sicura?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non preoccuparti grazie!” e riprese il libro, fingendo di iniziare a leggerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra sinapsi in preda a tempeste ormonali e corpi accaldati che trasudavano lussuria, era rimasta una certa chimica nell&#8217;aria. Rincorrevamo i nostri sguardi, per poi nasconderci, dopo averli conquistati, dietro sorrisi timidi. Non scambiammo più una singola parola, anche perchè eravamo arrivati in stazione ed il treno era già in manovra di frenata. Io, come sempre, mi alzai subito per guadagnare l’uscita. Non ho mai amato aspettare in coda gli altri scendere dal treno. C’è sempre chi non capisce come aprire le porte, c’è sempre qualcuno che si incastra con le proprie valigie, c’è sempre chi goffamente arresta il flusso di persone, che tentano smaniose di raggiungere il proprio grigiore lavorativo. Lei si alzò meccanicamente dopo di me. A volte ti accorgi come si crei un vero effetto domino tra le persone che condividono gli stessi gesti quotidiani. Basta che uno lasci il proprio posto, non importa se il treno sia ancora in corsa, che tutti seguono a ruota, creando un&#8217;inutile fila che fa perdere anche più tempo. Come durante gli imbarchi ai gate degli aeroporti. Basta una persona, di quelle convinte di esser più furbe nel tagliare la fila, per creare una piramide umana che resterà anche più di mezz’ora in piedi a fissare una porta scorrevole a vetri che comunque non si aprirà.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminando lungo la banchina, ci osservavamo a vicenda. Così come avevamo fatto fino a pochi minuti prima seduti ai nostri posti. Quasi al termine del percorso forzato, dai confini imposti da vagoni e rotaie e lavori in corso, lei si arrestò all’improvviso. Io, intanto, avevo rallentato il passo, deliberatamente, lasciando anche che qualche automa distratto e dai riflessi stanchi mi franasse addosso. Perché sapevo. La vidi girarsi, cercare qualcuno, cercare me, il mio sorriso, che si era già fatto avanti da un pezzo. Anche lei sorrise, nel suo abito blu, come le scarpe e lo smalto. Decisi di giocare con lei, fermandomi e nascondendomi dietro il fiume in piena di persone che non avrebbero vissuto nessuna avventura quel giorno. Diversamente da noi. Mi venne incontro senza smettere di sorridermi e tenendo in mano ancora il suo libro fantasy, oramai diventato inutile. Un giorno mi avrebbe raccontato di aver deciso di accettare il mio invito guardando, lungo la stessa banchina, due persone litigare tenendosi per mano. Un controsenso, in apparenza, che le aveva fatto scattare <em>qualcosa</em> dentro. Mi avrebbe raccontato della crisi con suo marito, del quotidiano che diventava troppo pesante per lei, che invece aveva sempre desiderato tutto l&#8217;opposto. Io le avrei risposto che la vita non era come i suoi stupidi libri fantasy e che non mi sarei mai innamorato di lei. Ci frequentammo per un paio di mesi, stringendo come unico patto, quello di non scambiarci né il numero di cellulare né i nostri nomi. Decidemmo che tutto sarebbe stato lasciato al caso, unico regista del nostro futuro, l&#8217;unico che avrebbe scelto se un giorno avesse vestito i panni della realtà o dell&#8217;avventura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo perfettamente ogni singolo angolo del suo corpo, ogni cicatrice, ogni sfumatura della sua pelle colpita dai diversi soli che illuminano le ore di un giorno. Il suo profumo, quello naturale e non chimico dal retrogusto di puttana, mi inebria ancora oggi, al semplice chiudere gli occhi e ricordare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi è mai servito conoscere il suo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se voi volete, chiamatela pure La Donna dallo Smalto Blu.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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		<title>Racconti Brevi &#8211; LA MAZZA DEGLI YANKEES</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 13:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Capra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Nox]]></category>
		<category><![CDATA[antonio capra]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[birra]]></category>
		<category><![CDATA[capra]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
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		<category><![CDATA[mazza]]></category>
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		<description><![CDATA[LA MAZZA DEGLI YANKEES di Antonio Capra   &#8220;La vedi questa?! La vedi, cazzo?!&#8221; Era vistosamente alterato ed io che lì, a due centimetri dal suo grugno, sfoggiavo il mio rodato sorriso fidati-non-mi-fai-paura. &#8220;Dai Jeff, calmati!&#8221; Billy era sempre quello che cercava di far ritornare la calma quando gli animi si scaldavano. Ed ogni santa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="text-decoration: underline;">LA MAZZA DEGLI YANKEES</span></strong></p>
<address>di Antonio Capra</address>
<address> </address>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La vedi questa?! La vedi, cazzo?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Era vistosamente alterato ed io che lì, a due centimetri dal suo grugno, sfoggiavo il mio rodato sorriso <em>fidati-non-mi-fai-paura</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dai Jeff, calmati!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Billy era sempre quello che cercava di far ritornare la calma quando gli animi si scaldavano. Ed ogni santa volta rimediava un fallimento, insieme a qualche livido.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Calmarmi? Ma lo stai ascoltando? Oppure come al solito non hai capito niente?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Cristo Jeff, cosa avrà mai detto di male?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era partito dal nano giallo che aveva chiesto di poter pisciare e Jeff che aveva sfoggiato la sua rinomata ospitalità con un laconico: &#8220;Se vuoi pisciare, devi prima bere&#8221; .</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il giallo non aveva ovviamente capito, perché i gialli non capiscono quasi mai. A meno che non parli nella loro stessa lingua, oppure li minacci con un coltello. Mi sono sempre chiesto cosa gli passi per la testa, quando tu parli ed é evidente che la comunicazione sia a senso unico. Il problema forse è alla base, cioè il perché decidano di partire per venire qui da noi a pisciare in un bar. Era appoggiato al bancone, fermo in attesa di una risposta e guardando Jeff, che intanto se ne stava con un boccale di birra in mano, pronto a riempirlo. L’aveva afferrato troppo meccanicamente, risultato di quasi trent’anni di birra versata, ma senza però realizzare che il piccoletto non aveva la minima intenzione di bere, mente restava lì immobile a fissarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quindi, cosa bevi?&#8221; disse Jeff, un po’ spazientito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giallo allora se ne uscì con qualcosa dal suono strano, qualcosa di simile ad un giochetto tra lingua e palato, un po’ come fanno i bambini quando imparano a scandire male le primissime parole. Jeff ripose il boccale sul bancone, sospirando.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mmmm&#8230;ci mancava una fottuta mandorla ignorante oggi&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che decisi di inserirmi nel mucchio, forse perché la mia birra era finita o perché volevo semplicemente movimentare la faccenda.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Fallo pisciare. La birra versala a me&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna risposta. Solo uno sguardo di striscio, lanciato come un pugnale per fendermi la faccia, che riuscii a schivare con un finto sorriso. Billy allora si avvicinò al nano, con movimenti così lenti e stanchi, che tutti i presenti si chiesero se fosse più per la sbronza in corso d&#8217;opera o per un celato timore nei confronti del cugino di Jackie Chan.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Fermo lì Billy, a questo glielo spiego io come funzionano le cose nel mio bar&#8221; tuonò Jeff, mentre si sistemava un&#8217;insolita camicia a righe nei pantaloni.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sentimi bene, Mao Tze Tung&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">questo il giallo lo capì bene, perché passò immediatamente da un’espressione spaesata a circospetta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;&#8230;qui dentro, qui intorno, è il miiiio bar&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">mentre Jeff gesticolava l&#8217;espresione del giallo si faceva sempre più tesa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;&#8230;e dentro al mio bar, se vuoi pisciare, devi prima bere la mia birra&#8230;beeere… Capito? Pagare!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il giallo sbottò qualcosa contrariato, sempre nella sua lingua e sempre indicando il bagno. Poi con l’indice verso il boccale, fece segno di non volerla. Allontanandosi dal bancone, avanzò di qualche passo verso i sanitari, per poi arrestarsi immediatamente alla vista di Jeff, che con uno scatto di quasi due metri che non ti aspetti da un uomo della sua stazza, gli si era piazzato immediatamente davanti. Dettaglio fondamentale, che pochi avevano inizialmente notato e che completava la scenetta già di per sé imbarazzante, era la sua amata mazza degli Yankees: presa al volo prima di saltare verso la porta di ingresso del bagno, la teneva appoggiata delicatamente su una spalla, accompagnandola con un sorriso beffardo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vedi caro mio…” disse Jeff quasi bisbigliando “…non so dalle tue parti come funziona, ma qui noi amiamo il Rispetto ed il Baseball. Il primo perché è una regola fondamentale, che ogni uomo degno di questo nome dovrebbe far propria. Il secondo perché è un bellissimo sport, che ti permette inoltre di andare in un negozio e con qualche dollaro comprarti una mazza come questa e  far pratica con i coglioni come te”</p>
<p style="text-align: justify;">“Oh cazzo, ci risiamo, Jeff! Lascialo stare! Non ti sta capendo e lo stai solo spaventando!” urlò Billy.</p>
<p style="text-align: justify;">“Fidati, mi capirà…”</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi occhi erano diventati palle di fuoco pronte ad essere lanciate e a quel punto credo che il nano avesse capito di essersi cacciato in un guaio bello grosso. L’espressione tesa si trasformò in autentica paura, perché uno la bocca la tiene cosi spalancata solo se è morto o se la sta facendo addosso. E quel giallo non era morto, almeno non ancora. Poche volte avevo visto Jeff così incazzato. Forse quando Martin dichiarò di essere favorevole ai matrimoni gay, accusando lo stesso barista di essere omofobo solo per il timore di scoprirsi un po’ checca anche lui. Martin non si vedeva più da tanto oramai al bar e credo stesse ancora pagando le rate dei suoi denti nuovi. Decisi di intervenire. Perché non volevo un giallo riverso sul pavimento con la testa rotta e poi non avevo intenzione di aspettare ancora per un’altra birra.</p>
<p style="text-align: justify;">“Jeff, non fare cazzate. Lascia stare il piccoletto. Vuole solo pisciare, non credo sia un problema se sgancia due gocce nel tuo bagno no?!”</p>
<p style="text-align: justify;">“E tu che cazzo c’entri? Resta seduto al tuo posto” tuonò Jeff.</p>
<p style="text-align: justify;">“Porco mondo, ti ha chiesto di pisciare. Mica ti ha chiesto di fargli una sega? Versami una birra invece, stai trascurando i tuoi clienti!”</p>
<p style="text-align: justify;">“I miei clienti mi rispettano. Questo stronzo giallo invece mi ha urlato contro, checcazzo!”</p>
<p style="text-align: justify;">Su di giri e con la schiuma alla bocca, Jeff roteava la sua bella mazza degli Yankees come se volesse prendere la mira per battere un fuoricampo con la testa del piccoletto. E quello l’aveva capito. Ritornò immediatamente sui suoi passi, raccattando lo zaino ed un cestino con cui era entrato e fece per fuggire dall’ingresso. Jeff gli corse contro, agitando la mazza e sbraitando come un pitbull impazzito. Per la seconda volta dovetti chiedere uno sforzo non indifferente ai miei flaccidi muscoli per raggiungerlo e fermarlo. Chissà come ce li hanno i denti i gialli, pensai, chissà se una volta saltati possono essere anche quelli riparati.</p>
<p style="text-align: justify;">“Jeff, è il secondo scatto che mi fai fare. Non ce ne sarà un terzo, lascia stare il piccoletto e ritorna dietro il tuo fottuto bancone a versarmi della birra…per favore”</p>
<p style="text-align: justify;">Capii all’istante che ero appena diventato la nuova destinazione della sua collera, perché grazie a me il nano giallo se l’era data a gambe e lui doveva ancora battere il suo fuoricampo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Lo vedi questo?! Lo vedi cazzo?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Era li perfettamente in posizione per scagliare la prima battuta contro il mio naso, quando ci si piazzò davanti Billy, che nel frattempo e lentamente ci aveva raggiunti per aiutarmi a calmare Jeff. La mazza lo colpì a metà strada tra il naso e la bocca, da cui schizzarono un paio di incisivi che atterrarono perfettamente in un boccale lasciato mezzo pieno su un tavolino vicino all’ingresso. Povero Billy, tornava sempre a casa con qualche livido. A quel punto dovevo decidere se scappare, portando magari con me Billy, la cui faccia oramai era gonfia e lucida come una palla da bowling, oppure porre fine al delirio di Jeff. Optai per la seconda opzione, rendendomi conto di avere un minimo di vantaggio: il pazzo si era lasciato distrarre dal sangue che stava penetrando nel legno degli scalini dell’ingresso del bar ed aveva iniziato a sbraitare contro Billy, minacciandolo di fargli pagare integralmente le spese di pulizia. Con l’ultimo brandello di forza che il corpo potesse concedermi, sfilai la mazza a Jeff e contemporaneamente promisi a me stesso di rimettermi in forma, se fossi sopravvissuto alla serata. L’incredulità non fece in tempo a penetrargli nelle vene, che subito arrivò la paura nel vedersi arrivare troppo velocemente una battuta potentissima in piena fronte. Fece un salto all’indietro, planando goffamente a terra attraverso la porta d’ingresso, lasciata spalancata dal giallo pochi minuti prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Da dove vengo io, le persone amano due cose: la birra ed il baseball. La prima perché ti aiuta a dimenticare e far scorrere più velocemente il tempo. Il secondo perché è un bellissimo sport, che ti permette inoltre di andare in un negozio e con qualche dollaro comprarti una mazza per far pratica con i baristi che non ti versano da bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Fine.</p>

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